Finalmente ecco la ricetta per la crisi. Vendiamo il nome “Italia”. Teniamoci il Paese, o quello che rimane, e vendiamo il marchio.

Se, così come appare dallo studio della Camera di Commercio di Monza, il marchio “Italia” vale il 167% del PIL, e dunque ben di più del debito pubblico nazionale, come non cedere alla tentazione di metterlo all’asta per il migliore offerente?

Potremmo iniziare con il Colosseo (91 miliardi). Cediamo il diritto di sfruttamento del nome, cambiamo l’intestazione della fermata metro linea B (“Ruderi”) e godiamoci i restanti miliardi di euro. Passiamo poi al brand “La Scala”: 27 miliardi di euro. Quanto basta per garantire il finanziamento del FUS per i prossimi 60 anni. O, se proprio non ce la sentiamo, lavoriamo con “Aspromonte” (538 milioni di euro). Rischio di asta deserta, è vero. Ma tentar ….

E’ interessante notare la sempre fervida fantasia nella produzione di studi e ricerche nel campo dell’economia della cultura, a vari livelli istituzionali e non. Ricerche di cui è apprezzabile la portata dirompente e critica. Ma che – purtroppo – neanche con l’uso delle provocazioni riescono a fare breccia nelle stanze delle decisioni.

Insomma: cosa ancora dobbiamo inventarci per far si che la politica ripensi il ruolo della cultura nell’economia?

E comunque, tutto sommato, che si venda pure il marchio Italia. Ci potremmo consolare con “Grecia” (di prossima disponibilità), o osare con qualcosa di più creativo (Magicland).

Marcello Minuti è economista della cultura