Sì, il problema è proprio quello di pensare che terremoti, alluvioni ed altre dannazioni del genere non risparmieranno le smart cities, perché anche se smart saranno sempre cities e, passata l’onda della attuale moda sui cui i soliti speculatori riusciranno a fare le loro elucubrazioni e i loro profitti, ci ritroveremo con delle città digitali che avranno migliaia di sensori che serviranno a comunicarci degli stati o meglio dei valori relativi a parametri fisici di situazioni ambientali.
Ed allora vogliamo pensare a situazioni di collasso in cui sensori del genere possano darci informazioni vitali?
Ancora da escludere sono i sensori per preallarmare la popolazione sull’avvento di un terremoto, purtroppo non abbiamo ancora trovato come fare, ma i sensori per preallertare la popolazione ad esempio sull’avvento di un maremoto ci sono e si basano ormai quasi tutti sui sistemi di posizionamento satellitare, quelli dei nostri GPS che usiamo nei navigatori e nei telefonini.

Una tecnica di “early warning tsunami” chiamata Vadase e realizzata da un gruppo di ricercatori della Sapienza è stata premiata in Europa e sembra poter dare un alert relativo al movimento del suolo e alla sua entità con una velocità estrema fornendo quindi, in quei pochi minuti che separano il generarsi dell’onda dall’evento sismico, la possibilità di allertare la popolazione, come a volte avviene in Giappone. Sempre sullo stesso tema il sistema basato sui GPS installati sulle navi commerciali per realizzare una rete di monitoraggio atta a rilevare le onde di tsunami; in questo caso anche una piccola onda di 10 cm viene monitorata per produrre un avviso di pericolo imminente verso la zona che potrebbe essere colpita.
E i sensori per allertare la popolazione in caso di possibile alluvione? Anche questi possono essere realizzati ma forse pensare di prevedere le alluvioni potrà sembrare un po’ troppo, anche se i modelli meteorologici oggi hanno una precisione abbastanza elevata specie nell’arco di 1-3 giorni e i modelli idrogeologici del nostro territorio sono ben studiati e conosciuti.
Ma quello che manca è il mettere a regime tutte queste tecnologie, è ora di finirla di stupire la gente con robot, sensori, strumenti fantascientifici e simili che possono fare questo e quello, con meraviglia presunta non so di chi, visto che oggi tutti hanno competenze tecnologiche.

Quello che manca è l’umiltà di fare un passo indietro e mettere a regime tutte le recenti conquiste tecnologiche sfruttando gli investimenti effettuati in precedenza, evitando di continuare ad investire in continui progetti a seguire solo due o tre anni dopo che il precedente ha realizzato il suo “dimostratore” ma non ha portato in fondo il suo servizio alla comunità.

Renzo Carlucci è direttore editoriale della rivista Archeomatica