La particolare storia linguistica italiana ha fatto di questo Paese un unicum in campo europeo. Il Paese dei cento campanili e delle tante capitali è anche il Paese dove i dialetti hanno da sempre prosperato e, soprattutto in certe aree, ancora prosperano. Dobbiamo però renderci conto che da 150 anni esiste uno Stato unitario con una sua lingua unitaria (seppure non ufficialmente riconosciuta nella Costituzione), ovvero l’italiano.

Bisogna dunque distinguere tra l’amore per le proprie tradizioni, le proprie radici, e quindi la propria lingua materna (spesso il dialetto) da un lato, e l’insegnamento scolastico dall’altro. Difendere e valorizzare il dialetto è giusto, imporlo come materia d’insegnamento scolastico è profondamente sbagliato. Si tratta di atteggiamenti di retroguardia, spesso mossi più da interessi politici che genuinamente culturali. In tempi di restrizione delle finanze pubbliche, mi sembra sacrosanto che il governo intervenga a tagliare le spese non dico inutili, ma quanto meno superflue.

Per quanto riguarda la Sardegna in particolare, inoltre, quale sardo dovrebbe essere insegnato? Quello di Cagliari o quello della Gallura? Quello di Nuoro o quello di Sassari? Come chiunque sa, non esiste il dialetto sardo, ma esistono diverse varietà anche piuttosto distanti tra loro da un punto di vista strutturale. I politici locali farebbero bene pertanto a tener vive le tradizioni locali, le feste, le ricorrenze, che portano con sé l’uso parlato del sardo. Ma lascino in pace la scuola, che già ha tanti problemi a formare giovani in grado di usare in modo corretto e adeguato la lingua italiana.

Claudio Giovanardi è Professore ordinario di linguistica italiana presso l’Università di Roma Tre,  Direttore del Dipartimento di Italianistica e valutatore della didattica nell’ambito della CRUI.