Facciamo un gioco: se un alieno atterrasse a Roma potrebbe imbattersi in luoghi, documenti e discussioni sulla cultura, e scoprirebbe che la centrale del sistema culturale si chiama MiBAC; non un’agenzia di esplorazioni avventurose e cariche di valore ma il tempio rituale e ammuffito nel quale custodi nostalgici e spaventati si incontrano ogni giorno con il pretesto di proteggere la cultura. È come se un contadino chiudesse i semi in un barattolo sigillato senza mai adagiarli nei solchi: dopo un po’ morirebbe di noia e di fame.

Sarebbe senz’altro uno scenario interessante vedere come un Paese sia capace di affidare la gestione della propria ricchezza a una struttura macchinosa e inefficiente, pensata per la valorizzazione e la promozione del patrimonio affidatole ma che interpreta tali attività limitandosi a erogare denaro (a pioggia, con privilegi sconsiderati per i grandi o i “veterani” e poca attenzione al piccolo e al nuovo) o a imporre vincoli, spesso alla crescita.
Il nostro amico alieno si chiederebbe allora come si possa pensare di valorizzare e promuovere senza capacità di sviluppare una politica e di una progettazione sostenibile. Non potrebbe non notare l’attenzione posta più alle nomine dei boiardi che non alle strategie di investimento e alla crescita delle competenze delle professionalità chiamate a risollevare le sorti di un settore che tutti amano vedere spacciato.

Tornando sul pianeta terra, la mappa del mondo sta cambiando, ed è una mappa che non è più segnata da confini fissi ma che si trasforma e si evolve ad una velocità incessante, perché è determinata dalle connessioni che i mercati mondiali instaurano tra loro.
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, così come strutturato sinora, una pesante e complessa fabbrica di controlli e vincoli, si dimostra inadeguato a interagire con questi mercati.

Nell’ultimo decennio non si è fatto altro che parlare di tagli alla cultura.
E in effetti dal 2003 il bilancio dello Stato ha visto quasi dimezzarsi la quota spettante al MiBAC (dagli oltre 2 milioni del 2003 si è passato al milione e mezzo del 2012).
Il dato appare abbastanza ovvio se si pensa che il Governo non ha più benzina per sostenere una struttura che ormai è una zavorra.
Per ragionare con occhio critico e indipendente, è necessario astrarsi dall’approccio tutto italiano che la cultura va assistita, curata, guidata.
Si parla sempre di quanti tagli si facciano alla cultura. E se invece ad esser tagliato fosse proprio il Ministero stesso? Se si attribuissero competenze e funzioni a un’amministrazione più adatta alle sfide del nuovo millennio, come il Ministero dello sviluppo Economico, che tra i vari dipartimenti in cui è strutturato potrebbe facilmente includerne uno per la cultura, con ciò sottintendendo un disegno strategico più ampio, in una logica di interscambio e connessione con gli altri settori economici dell’apparato?