Per la vulgata l’Italia è la patria dell’opera lirica; sarà vero, ma usare la cosa come una corona d’alloro rientra nel consueto sciovinismo del nostro paludoso sistema culturale. Anni di strafottenza, connivenze e autocertificazioni collocano la lirica italiana nella fase discendente di una parabola ormai irreversibile: regole sbagliate, negoziati opachi, strapotere delle agenzie, tappi sindacali rendono più vicina la campanella di fine ricreazione, mentre oltre confine (praticamente dovunque) l’opera produce, dialoga, rappresenta un mondo in rapida evoluzione. Nel Bel Paese si è già trasformata in operetta, come diceva acutamente Ennio Flajano: la situazione è grave ma non è seria.
Pur nella gabbia di norme dissennate e antiquate il Teatro Massimo di Palermo ha dimo-strato negli ultimi anni che la correttezza gestionale e la responsabilità finanziaria possono condurre a dinamiche fisiologiche e soprattutto a una sostanziale autonomia progettuale. Liberatosi in modo faticoso e caparbio da una dipendenza finanziaria che segna tutta la lirica italiana il Sovrintendente Antonio Cognata ha portato il Massimo su un percorso rispettoso dell’interesse pubblico cui la lirica deve rispondere, delle aspettative di un pubblico sempre più cosmopolita, della mescolanza fertile fra tradizione e innovazione, cifra da sempre forte del teatro palermitano.
Che succede tra le magnifiche sale di Ernesto Basile? Alessandro Manzoni, altro lettore profondo delle non poche derive italiane, direbbe: “error, conditio, votum, cognatio, cri-men, cultus disparitas, vis, ordo, ligamen …”, in sintesi cavilli capziosi per bloccare quello che sta avvenendo. La dimostrazione con i fatti che si può produrre in modo de-cente ed efficace dà fastidio a molti, con tutta evidenza. In un Paese avvezzo a bandi che coprono accordi, a formalismi che occultano favoritismi un pretesto bizantino si trova facilmente. Le imperfezioni meramente formali si possono affrontare con poco sforzo, purché se ne abbia la volontà.
La gestione del Teatro Massimo, i suoi indiscutibili risultati e le indicazioni strategiche che se ne dovrebbero trarre rischiano di fare smottare la palude dell’opera verso una indesiderata normalità. La cosa non piace a Palermo e piace ancor meno al Collegio Ro-mano dove l’idea stessa di ridisegnare l’assetto istituzionale della cultura fa venire l’orticaria a molti. E addolora vedere che anche le risorse del Massimo, che furono in buona parte alleate di Cognata e sostenitrici del suo approccio gestionale, si dichiarano dissenzienti e scommettono dunque sulla ventura normalizzazione. Anche questo era stato scolpito nel bronzo da Flajano: “Gli italiani corrono in soccorso del vincitore”.

Michele Trimarchi è Professore di Analisi Economica del Diritto all’Università di Catanzaro