Anno 2013: Atari vende i gioielli di famiglia, Zynga crolla in Borsa, la depressione sembra attaccare anche il mondo dorato dei videogiochi, notoriamente distante dai cicli di business degli altri settori e legato ad altri fattori di mercato.
A sorpresa, la crisi attacca anche un business vertiginosamente in crescita come quello del Social Gaming, perché di Atari forse ce l’aspettavamo un po’ tutti, ma non certo era pensabile un percorso simile per uno dei partner più promettenti della galassia di Facebook.
Il tam tam mediatico ci illustra la principale ragione di questo momento di crisi: la concorrenza spietata, che ha affollato un mercato già saturo, sull’illusione di una crescita illimitata di utilizzatori grazie ad Internet e al mobile, e l’irriconoscenza dei videogamers, che giocano gratis e sono disposti a pagare sempre meno.
Mi ricorda qualcosa e cerco su Wikipedia.
Era il lontano 1983, l’anno che dettò la fine della cosiddetta “seconda generazione dei videogiochi” o, per i nostalgici, l’epoca delle ingombranti cartucce di plastica nera. Accadde in quegli anni che colossi come la Mattel e l’Atari (toh, anche qui) entrarono in crisi fino al ritiro di massa dal mercato delle console domestiche.
Le ragioni erano anche allora piuttosto chiare: la concorrenza spietata, cha aveva affollato un mercato già saturo, sull’illusione di una crescita illimitata di utenti, e l’abbattimento selvaggio dei prezzi dovuto a videogiocatori sempre meno disposti a pagare per cose già viste.
La crisi riportò alla luce il mondo dei videogiochi arcade, che offrivano modelli di gioco innovativi e una qualità migliore, in una tregua che durò fino al 1987, anno in cui il Giappone divenne il leader delle console domestiche grazie al NES.
Sono passati circa 30 anni da allora.
Si può dire che la storia ha dei cicli molto interessanti che lasciano ben sperare.

 

Andrea Pompili è un informatico ex coordinatore del “Tiger Team” di Telecom