Nel triste e assai modesto panorama della ridotta e molto urlata campagna elettorale che ci accompagna alle prossime elezioni politiche appaiono, e si distinguono, di tanto in tanto, alcuni ragionamenti su argomenti di varia natura, l’ultimo dei quali di nostro interesse è quello di venerdì 26 gennaio, sulla prima pagina del Corriere della Sera, che propone la creazione di un nuovo Ministero della Cultura, a firma di Roberto Esposito ed Ernesto Galli della Loggia, ripreso con vari commenti anche il giorno dopo da Paolo Conti.

Quanto espresso dalle autorevoli firme che sottoscrivono la proposta è nella sua sostanza in sintonia con quanto da tempo si sostiene nelle pagine di  Tafter e nella sua versione di approfondimento scientifico Tafter Journal, ma con argomentazioni ed esiti diversi rispetto alla formulazione finale. Nel rimandare,  pertanto, agli interventi più recenti di Michele Trimarchi, alle motivazioni, e  alle voci plurali del gruppo Epos  e alle conclusioni alle quali si è pervenuti in tale ambito,  nonché a quanto proposto dal sottoscritto nel novembre 2011 e ribadito un anno dopo, stigmatizzando la proliferazione di “stati generali della cultura” variamente declinati, vorrei richiamare l’attenzione sul modesto rilievo e approfondimento che tali argomenti hanno in tutti i programmi elettorali delle forze in campo e, soprattutto, sulla necessità di ripensare alla radice il ruolo della cultura nelle sue più moderne accezioni nell’economia nazionale e internazionale e all’identificazione della più idonea forma istituzionale che ne possa rappresentare l’importanza nel governo del Paese.

Ma tre sono, a mio avviso, le variabili essenziali finalizzate al raggiungimento pratico dell’obiettivo:
1) un Presidente del Consiglio conscio del ruolo della cultura per lo sviluppo economico e la coesione sociale del nostro paese;
2) la scelta di un MINISTRO degno della missione a lui affidata, consapevole delle questioni in gioco, motivato a realizzare una riforma epocale in tal senso, autorevole e rispettato in seno al Consiglio dei Ministri e in Parlamento;
3) la selezione di un ristretto, ma competente gruppo di consiglieri che, anche avvalendosi della vasta e approfondita bibliografia e pubblicistica sull’argomento e da eventuali ricerche ad hoc, identifichi linee di “politica economico-culturale” atte a mettere in pratica le misure (le più elementari delle quali sono ormai note anche alle matricole dei corsi universitari su tali discipline).
Riprendendo una riflessione espressa da una persona attenta alla grammatica istituzionale, si potrebbe, infine, dire che, se a questo si aggiungesse un Presidente della Repubblica che, invece di parlare (peraltro su contenuti del tutto condivisibili e con grande passione) ad una assemblea di operatori culturali riuniti in un teatro romano  inviasse un messaggio alle Camere, impegnandole in tal senso … saremmo probabilmente … in un altro Paese.

Speriamo nel miracolo!