Alla sociologia della complessità l’analisi del fenomeno Ruzzle tocca per definizione e per colpa.
Sette milioni di italiani giocano a Ruzzle, gli uni contro gli altri, in scontri feroci in cui l’analfabetismo di ritorno si scontra con il senso unico dell’identità digitale. È apparso all’improvviso, come fu del mapo, di Internet o dei Jalisse.
Si vince e si perde compulsivamente, senza chiedersi il perché. Giocano le manager di Voghera contro le casalinghe di Shangai, i personal trainer di Cologno Monzese contro i casari della Barbagia. Si fa sui bus, metro, in classe, in ufficio. Viene quasi da chiedersi se il Papa si sia dimesso perché gli hanno imposto Twitter, quando invece lui voleva giocare a Ruzzle in latino contro il patriarca ortodosso.
La complessità del fenomeno si radica in una sana riscoperta dei lemmi più arcaici e desueti dello Zingarelli, talmente consapevole che i migliori giocatori combinano le lettere a caso alternando vocali e consonanti, certi che anche a scrivere male prima o poi ci si azzecca.
L’analisi di Ruzzle non si concentra però sul gioco in sé, ma su quella del gioco in te.
In esso vi è un apparente barlume di cultura e, si sa, tira più un po’ di cultura che una vasca di nutella. Un po’ rimanda con la memoria predigitale, a quando si andava in libreria a sfogliare i classici russi solo perché qualcuno/a ci notasse.
In molte università americane, Ruzzle è oggetto di studio la metamorfosi esistenziale di molti giocatori che grazie a questo gioco fanno pieni di autostima che poche droghe artificiali sono in grado di restituire. Questo vale sia per i secchioni, che a scuola erano abituati a essere i primi della classe, ma nella vita hanno visto i raccomandati sulla corsia del sorpasso, e che qui ci danno dentro e rivivono le stesse estasi adolescenziali; sia per i furbetti che copiavano fin dalla materna e, di Ruzzle, imparano prima i trucchetti e tutte le parole di 3 e 4 lettere e poi sfidano i secchioni nei momenti di maggior stanchezza e negli orari più disagevoli, certi che comunque abboccheranno.
Sfidandosi a chi ce l’ha più lungo, il lemma, si ripercorre in fondo la storia dell’umanità sino alle origini. Hai in fondo la certezza che in un paese democratico dovresti poter sfidare a Ruzzle i candidati alle elezioni per verificare che siano degni, che siano meglio di te, che non selezionino IVA e IMU preferendo IRTO o EVO.
Come detto, l’analisi sociologica è solo agli inizi e ma in questa enorme bolla di inutilità ci sarà da inzuppare fior fiore di commenti.

 

Samuel Saltafossi è sociologo della complessità