L’atmosfera del “dopo voto” si è avvitata, se possibile, su registri peggiori rispetto a quelli della campagna elettorale e forte appare il disorientamento tra addetti alla politica e cittadini-elettori. Il guado è insidioso e il gioco attuale sembra essere destinato a configurarsi come quello in cui tutti perdono, comunque vada, soprattutto il paese nella sua coesione interna e nelle sue proiezioni internazionali.

Il programma di governo ad oggi più chiaramente ed esplicitamente dichiarato è stato quello espresso dal PD negli ormai fatidici “otto punti” presentati dopo il lungo confronto interno del 6 marzo scorso. Se da un lato va comunque apprezzato il tentativo di Bersani di mettere un punto fermo nella confusa congerie di posizioni, con le altre due maggiori forze rappresentative impegnate su altri obiettivi (una a lottare prioritariamente, ancora, contro una “magistratura strumentalizzata” e l’altra a conquistare il potere assoluto “per abbattere il sistema dei partiti”… ), appare comunque significativo un vuoto evidente lasciato nelle dichiarazioni programmatiche suddette: quello esplicito della cultura (la cui rilevanza potrebbe anche essere declinata trasversalmente rispetto agli otto punti indicati).

Dopo un periodo di (anche troppo) numerosi e intensi interventi sul tema , alcuni dei quali promossi dallo stesso PD, dai quali emerge evidente e assai ben argomentato il ruolo che la cultura può e deve acquisire in Italia come fattore strategico di crescita, coesione e sviluppo, ci si rammarica di non trovarne menzione nell’unica proposta di nuovo governo sino ad oggi declinata.

Ci si rende conto che l’attuale atmosfera rende assai difficile un confronto pacato e lungimirante sulle prospettive del paese, ma eliminarla del tutto appare veramente assai miope, se non criminale.

Noi che abbiamo dedicato tutta la nostra vita professionale alla cultura siamo ormai abituati a non essere considerati o ad esserlo come priorità residuale, ma, mi permettano l’uso dello slogan le donne impegnate in questo movimento, “se non ora, quando?” ci vogliamo rendere conto che l’unico vantaggio competitivo dell’Italia nel mondo globalizzato risiede proprio nelle risorse culturali, ampiamente intese?

L’omissione evidenzia il prevalere ancora una volta di una visione riduttiva e limitata del comparto (se di visione e/o consapevolezza si può parlare).

Per noi, ad oggi, tanto non cambia molto, rispetto alle ristrettezze e ai tagli verticali di risorse in cui abbiamo vissuto negli ultimi anni, ma, oltre alla scomparsa materiale di preziose e irriproducibili testimonianze del nostro patrimonio culturale, quello che collettivamente perdiamo è l’occasione di valorizzare, nel momento opportuno, una ricchezza stratificata in millenni di civiltà, oggi destinata ad essere gradualmente e ineluttabilmente superata dalle economie (e società) in rapida crescita ed espansione.

Emilio Cabasino è ricercatore su temi di politica ed economia della cultura