Sabato 20 aprile, dopo giorni di tensione e incertezza, Giorgio Napolitano viene ri-eletto Presidente della Repubblica. Lunedì mattina lo spread fra Btp e Bund cala sotto i 280 punti, segnando un minimo a quota 278, per poi riassestarsi a 285. Chiamiamolo Effetto Napolitano: i mercati accolgono bene la notizia e i partner mondiali si sentono rassicurati sulla tenuta del sistema politico italiano. La formazione di un governo resta una prospettiva difficile, ma le larghe intese appaiono a tutti come una via obbligata.

La rielezione del Presidente Napolitano è sicuramente la risposta che la dimensione internazionale auspicava per l’Italia, ma la sua figura sarà in grado di prendere decisioni che sappiano rispondere anche ai bisogni del mercato interno? Il contesto internazionale è sicuramente un riferimento imprescindibile per le azioni di governo, ma altrettanto lo è il versante interno, che ora come ora si trova ad affrontare una serie di emergenze che necessitano azioni mirate e specifiche.

Dal punto di vista politico, l’Italia ha bisogno di veder accelerare il suo bipolarismo, che deve svilupparsi e crescere. La riforma elettorale, in questo contesto, per quanto fondamentale non è di per se stessa sufficiente a dettare la governabilità del Paese. C’è bisogno di traiettorie, degli uomini giusti, di risposte efficaci ad emergenze concrete. Sono questi i temi su cui la figura del Presidente dovrà avere ruolo di guida e indirizzo.

Quello che spesso viene trascurato, o che non viene tenuto in debita considerazione, è che l’Italia, nella sua unicità, è differente rispetto agli altri Paesi dell’Unione. Lo è tanto dal punto di vista produttivo, quanto per le dinamiche interne, che per il suo patrimonio paesaggistico e culturale. Il rischio celato nella situazione attuale è quello che passino altri mesi prima che si abbia una nuova formazione di governo stabile, con capacità di direzionare, mentre il Paese continua nel suo processo di deprezzamento, assistendo inerme alla perdurante assenza di misure per il rilancio dell’economia e, in particolare, per la crescita di quei settori in cui sempre più si giocherà lo sviluppo delle nuove professioni dell’economia della conoscenza.