… non può bastare la voce di una canzone per lasciarsi andare.
La musica c’è tutta, ma la scatola che la contiene vacilla sempre di più. Certe piccole voci, che a volte vanno al cuore, insistono sui due soliti fronti: i guelfi difendono l’esistente senza volerlo mettere in discussione, come se l’opera fosse l’ennesimo dogma; i ghibellini vorrebbero smantellare il sistema della lirica, al grido ormai meccanico di ‘tutti a casa’. Che fare?

Quando il tempo va in fretta occorre ragionare con flemma, fingendo di avere davanti l’eternità; sennò si rischia la solita deriva italiana dell’emergenza permanente. Intanto, evitiamo la caccia al colpevole; per quanto le scelte si possano adottare in tanti modi diversi alcuni dei quali possono rivelarsi imperfetti, le tare gestionali e finanziarie della lirica italiana risalgono a vari snodi legislativi (e alle tante prassi autolesionistiche che ne sono conseguite): quando le regole sono sbagliate anche il più volenteroso tra i gestori si trova impigliato in una gabbia paludosa e asfissiante. Il Maggio Musicale è in buona compagnia; commissariato qualche anno fa come il San Carlo prima e il Petruzzelli dopo, fonte e vittima di dispute feudali come nel corso degli anni il Comunale di Bologna, il Massimo di Palermo e il Lirico di Cagliari, paga lo scotto di una visione obsoleta e dilatoria del sistema operistico italiano.

E’ il caso di buttare l’acqua sporca con tutto il bambino? Forse bisognerebbe porsi le domande giuste, magari spostando l’attenzione dalle dimensioni della forza-lavoro alle sue modalità d’impiego, dalla rincorsa dello star-system d’agenzia all’autonomia imprenditoriale delle masse (orchestra e coro), dalla museificazione di un repertorio tendenzialmente mainstream alle opportunità connesse con i nuovi mercati della cultura, dal consolidamento degli abbonati alla ricerca di nuovi e più fertili pubblici. Al contrario, al Maggio come in altri teatri lirici si rischia di elaborare l’ennesimo palliativo che serve solo a rinviare il momento della verità: la lirica italiana, così com’è, non è sostenibile. E non si tratta di ridurre il finanziamento pubblico o di confidare in modo wishful (e wasteful) sugli sponsor, ma di riscrivere le regole del gioco, complessivamente e radicalmente.

Il mondo è davvero cambiato; che se ne sia accorta anche la Chiesa Cattolica – per sua natura abituata a tempi epocali – e faccia finta di niente il sistema culturale ci può solo preoccupare. Salvo che non si aspetti il fallimento di qualche istituzione culturale per avere il coraggio di ristrutturare un mondo creativo, produttivo e di scambio e condivisione che non può essere imitato o clonato. Infungibile per sua natura, la cultura merita un legislatore decente.

 

Michele Trimarchi è Professore di Analisi Economica del Diritto all’Università di Catanzaro