museobambLa decisione è certamente giusta: la Convenzione sui diritti del fanciullo (chissà come si dice “fanciullo” in inglese, l’originale dice semplicemente “child”, cioè bambino) chiede un trattamento uniforme per tutti i piccoli. Limitare l’accesso gratuito nei musei ai bimbi europei (oops, comunitari) contrasta con i princìpi sanciti dalle Nazioni Unite. Il Ministro Massimo Bray coglie un aspetto delicato e importante, e segna un punto a proprio vantaggio.

La decisione, però, è soprattutto intelligente. Limitare l’accesso ai musei sulla base di requisiti formali (e di qualsiasi altro argomento) è autolesionistico, e mantiene la cultura del nostro Paese arroccata su torri che sembrano d’avorio e invece si rivelano di cartone. Accogliere i bimbi significa condividere un patrimonio di intuizioni creative e di tecniche narrative davvero unico. Ne traggono vantaggio la curiosità e lo spirito contemplativo, il senso critico e l’attitudine al dialogo, la percezione che l’identità non è un tesoro da proteggere ma una visione da condividere e costruire insieme.

Sarebbe necessario andarli a cercare, i bambini, magari insieme alle loro famiglie e ai loro amici; andarli a cercare per invitarli a considerare l’arte e la cultura ecosistemi familiari e carichi di stimoli emotivi, percettivi e cognitivi. I numeri ci dicono che sette italiani su dieci non hanno mai frequentato un luogo della cultura. Fare in modo che ci si possano ritrovare insieme ad altri italiani, più recenti ma non meno appassionati e sensibili, potrebbe finalmente aprire la porta a una società nuova, più fertile e dinamica, animata dallo scambio e dall’ibridazione che rendono il nostro ceppo culturale più solido e versatile.

E il paradosso virtuoso di questo allargamento della domanda di cultura è che, alla fine della giornata, ci saranno più persone disposte a tornare, portare gli amici, spargere la voce, pagare il biglietto, donare, partecipare come volontari. La cultura senza fruitori è come un terreno che nessuno semina. Ci si può anche camminare, ma non se ne coglie alcun frutto. Avanti tutta, Ministro, è tempo di far uscire la cultura italiana dal limbo in cui giace compiaciuta.

 

Michele Trimarchi è Professore di Analisi Economica del Diritto all’Università di Catanzaro