balloinmaschScoppia la polemica per “Un ballo in maschera” trasformato dal regista Michieletto in festa elettorale con tanto di prostitute e faccendiere. Volano insulti tra le fazioni e cresce la tentazione di bandire le messe in scena innovative. Che fare?

Non è compito di queste poche righe giudicare una regia d’opera o darsi al delicato mestiere della critica musicale. Ma quando le dispute da loggione finiscono sulla stampa per la loro insolita veemenza, forse qualche pensiero può emergere. L’opera è teatro musicale, si può reggere soltanto se la musica, la parola e il gesto camminano insieme e si rafforzano a vicenda.

E’ vero che, nel sistema tendenzialmente mummificato della lirica italiana sulle cui sorti pesano le barriere sindacali, gli interessi delle agenzie, l’ignavia del legislatore, la compiacenza del governo e ogni tanto la nostalgia dei loggionisti, si finisce spesso per preferire interpretazioni musicali e messe in scena piuttosto obsolete e ogni tanto anche carnevalesche; è altrettanto vero che la risposta a questa lettura gozzaniana tende spesso a esplorare le aree scomposte e patetiche dell’eccesso, tentando di épater le bourgeois con mezzucci da avanspettacolo, dalla Harley Davidson di Compare Turiddu (un bel po’ di anni fa a Taormina) agli abiti da escort stradale della povera Amelia (qualche giorno fa alla Scala).

Il punto dolente non risiede nella scelta di ambientare un’opera in tempi diversi dall’originale, sono per fortuna molti i casi – pur discussi e contestati – in cui il regista e il direttore si parlano e costruiscono insieme una lettura strategica dell’opera: “Così fan tutte” diretta da Harding e messa in scena da Chéreau a Aix-en-Provence qualche anno fa sceglie una rarefazione elegante, sottrae spazio agli orpelli scenici e mette l’accento sulle dinamiche sentimentali, tanto nello spartito quanto sulle tavole del palcoscenico. Così va bene. Può piacere o meno, ma è il frutto di una scelta circostanziata e poco interessata agli effetti speciali. “Die Zauberflöte” messa in scena da Peter Brook, così come “La Bohème” a Vigliena firmata da Francesco Saponaro riducono l’organico a un pianoforte, ma lasciano che voci, gesti ed espressioni rispettino del tutto l’intenzione del compositore.

Sono decine gli esempi di regie non convenzionali e al tempo stesso intelligenti e pertinenti. Dario Fo fa giocare Figaro e Almaviva con una carriola di giocattoli, Ugo Gregoretti trasforma Belcore in un vigilante rissoso, Claudio Desderi (baritono e direttore) mette in scena “Le nozze di Figaro” con due poltrone e basta. E la cosa funziona magnificamente. Certo, bisogna evitare effetti a buon mercato, a questo penseranno sovrintendenti e direttori artistici. Ma connettere l’opera con la società contemporanea aiuta a pensare, toccando i nostri nervi scoperti e mostrando quanto l’opera sia attuale e feroce, nonostante la musealizzazione che la aggredisce quotidianamente.

Il morbo è sempre quello: pensare che il pubblico sia in fondo ignorante e passivo, quindi, o lo si addormenta con messe in scena soporifere e già previste, o lo si elettrizza con lenoni, barattieri e femine da conio (come avrebbe detto il padre Dante). Il fatto è che mentre si litiga tra loggione e proscenio, ci si continua a dividere in guelfi e ghibellini anche sulle sublimi finzioni dell’opera, combattendo la solita guerra scema tra culture e nazioni, l’opera lirica sta per esalare l’ultimo respiro, melodrammaticamente. Gli effetti speciali servono a poco; forse basterebbe rileggere le partiture per comprenderne a fondo la potenza: orchestre asciutte, cantanti giovani e capaci di recitare davvero, direttori curiosi e registi acuti non mancano. Sono le fondazioni a dover diventare adulte.

 

Michele Trimarchi è Professore di Analisi Economica del Diritto all’Università di Catanzaro