Posso affermare con certezza che chiunque sta leggendo questo articolo è un utente, più o meno occasionale, della rete. La maggior parte di noi è dipendente da internet, ragnatela attraverso  la quale ci scambiamo ogni giorno grandi quantità di dati e informazioni; vi abbiamo messo radici, creiamo i nostri account su diverse piattaforme, ci siamo costruiti degli spazi nostri, che ci rappresentano, dei mondi virtuali, che per quanto immateriali, hanno legami stretti con il nostro reale quotidiano.

Analizzando la società che ci circonda, ci rendiamo conto di quanto questa tecnologia abbia stravolto non solo il nostro modo di lavorare e pensare ma anche di vivere ed, ebbene sì, anche di morire. Cosa accade alle password, agli account, ai profili di chi è passato a miglior vita? Lo sviluppo enorme dei social network obbliga ad affrontare questo problema che potrebbe sembrare irrilevante e di cattivo gusto di fronte alla perdita di una persona, ma in realtà, se non gestito, provocherebbe situazioni spiacevoli.

Prendiamo il caso di Facebook: il profilo di una persona deceduta viene memorialized, cioè trasformato in un link commemorativo attraverso l’eliminazione di alcune informazioni sensibili, come le foto e lo status, e la reimpostazione della privacy, permettendo solo agli “amici” di poterlo visualizzare e  di scrivere messaggi “in memoria di”. 
Per avviare il processo, bisogna compilare un modulo in cui inserire tutti i dati richiesti, allegando un necrologio che “certifichi” la morte dell’utente. Questa era l’unica modalità fino al 2008 quando venne introdotta la possibilità di cancellare l’account del morto su richiesta dei famigliari. Nella maggior parte dei casi comunque i profili restano. Tutti i social network cercano di rendere il più difficile possibile la cancellazione di un account per il fatto che la perdita di un utente danneggia tutta la rete di connessioni che vi si era creata  intorno, riducendo i profitti che derivano dalle attività ad esso legate. Alcuni si chiedono se non sia opportuno dividere i profili tra utenti vivi e deceduti. In ogni caso i social sono ancora lontani dal risolvere questo problema definitivamente ed in modo eticamente corretto.

Nel frattempo sono nate delle applicazioni che permettono alla persona in vita di gestire la propria identità digitale post mortem, come The Last Wish, con la quale si possono nominare due “esecutori testamentari” che garantiranno le ultime volontà del deceduto, pubblicando un messaggio precedentemente scelto e inviando un ultimo augurio a parenti e amici. Oppure attraverso siti come Legacy Locker, si può compilare il proprio testamento virtuale ed in caso di decesso questi si occuperanno di inviare password, account e files a persone di fiducia selezionate.

Negli Stati Uniti ed in particolare nel Nebraska la questione è diventata “di stato”: nel 2013 entrerà in vigore una legge da poco approvata che prevede che gli account dei social network verranno ereditati dai successori del defunto, esattamente come gli altri beni immobiliari, venendo quindi considerati a tutti gli effetti come beni personali del proprietario. Come si può ben notare sono diverse le strade intraprese e le soluzioni proposte; sicuramente verranno emanate altre leggi. La questione ha due aspetti, uno economico e uno umano. Di fatto l’account di una persona defunta risulta comunque di interesse per il social network, come prima accennavo: il profilo continua a generare attività in maniera indiretta, è “digitalmente vivo”. Su queste pagine la pubblicità potrebbe rinnovarsi ed essere legata alla commemorazione e al ricordo, generando quindi profitto. Dal punto di vista umano, c’è sicuramente una componente soggettiva, nel senso che alcuni vorrebbero lasciare una traccia di sé nella rete, sorta di lapide digitale di nuova generazione, altri trovano inquietante che i loro account continuino a vivere dopo la loro morte, optando quindi per la cancellazione del loro alter-ego. E’ difficile cercare di prevedere gli sviluppi della società, che cambia in un batter di ciglio; di certo si può osservare un fenomeno rilevante: non solo internet si radica nella realtà ma anche la vita e le sue fasi stanno allungando le loro propaggini nel web. Si può cominciare forse a parlare di vita digitale oltre la morte?