Ce lo ha più volte ripetuto anche l’Europa, il mercato del lavoro italiano soffre di quel male chiamato ‘segmentazione’: troppa inefficienza ed iniquità tra contratti tipici e atipici, troppa protezione da un lato e eccessiva flessibilità dall’altro.
Il governo Monti sta dunque tentando di dar risposta ai richiami dell’Unione Europea affinché si provveda ad una riforma razionale del lavoro in Italia: di qui il coraggioso e impopolare passo di metter mano al fatidico articolo18 dello Statuto dei Lavoratori (L. 20 maggio 1970, n.300).
I punti su cui la riforma andrebbe ad agire sono principalmente il reintegro e l’indennizzo.
Per quel che concerne il reintegro sarà limitato solo ai casi di licenziamento discriminatorio e per giusta causa, qualora lo decida il giudice; non sarà previsto invece il reintegro nel caso di licenziamento per motivi economici, novità che ha molto scontentato le rappresentanze sindacali, con la Camusso, segretario generale della CGIL, sul piede di guerra.
L’indennizzo dovuto al lavoratore in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo da parte del datore, così come proposto nella revisione del Ministro Fornero & co., ammonterà invece ad una cifra che dovrà essere stabilita dal giudice competente e potrà variare dalle 15 alle 27 mensilità di retribuzione. Ciò vuol dire che il datore sarà tenuto a pagare cifre importanti che renderanno ben difficile l’eventuale ripresa della sua attività.
Fin qui i provvedimenti citati interessano la sfera dei cosiddetti contratti tipici, come quelli a tempo determinato e indeterminato, ma novità sono previste anche per l’altra sfera della realtà lavorativa nazionale, quali i contratti atipici e precari, che interessano soprattutto i giovani.
In tal frangente la riforma intende scoraggiare il ricorso reiterato e indiscriminato dei contratti a progetto e dell’abuso della pratica di apertura delle partite IVA, anche per le prestazioni a carattere coordinato e continuativo.
Attraverso disincentivi contributivi, come l’aumento dell’aliquota contributiva prevista a favore della gestione separata INPS, si intende dunque frenare la tipologia contrattuale delle collaborazioni a progetto, che alimenta il precariato, mentre limiti più stringenti saranno posti per le nuove aperture di partita IVA.
Resta valido il contratto di apprendistato, che diventa la principale via di accesso nel mondo del lavoro con alcuni correttivi: il datore deve confermare infatti una percentuale degli apprendisti già presenti nell’azienda, è obbligatoria la figura del tutor e deve essere prevista una durata minima dell’apprendistato.
Tutti questi cambiamenti cosa comporteranno? Quali i settori che maggiormente saranno interessati alla riforma?
Di sicuro per i datori di lavoro, i costi dei licenziamenti ingiustificati saranno maggiori, distogliendoli da tale pratica, mentre per i lavoratori che perderanno il posto, il reintegro in caso di motivi economici sarà molto difficile. E questi sono i proprio i punti su cui si è arenata la trattativa tra governo e parti sociali.
Le novità nel campo del lavoro precario non sembrano invece affatto deprecabili, con un giusto stimolo al passaggio dai contratti atipici a quelli che garantiscono maggior protezione per i lavoratori.
La stragrande maggioranza dei giovani attivi ricade infatti nella categoria dei lavoratori a progetto, come pure le risorse umane impiegate nello spettacolo e nell’industria dei beni culturali; per loro, dopo un periodo di apprendistato, sarà infatti possibile essere stabilizzati e non vedersi rinnovato reiteratamente un contratto a scadenza, o peggio, dover vedere semplicemente concludersi il rapporto per scadenza dei termini, pur avendo fornito una prestazione di fatto subordinata.
La riforma avrà però successo e fornirà realmente gli effetti sperati solo se comprenderà un decisivo sgravio dei costi del lavoro per i datori che intendono integrare in modo stabile i lavoratori: un dipendente con uno stipendio mensile di 1.200 euro guadagnerà 15.600 euro l’anno, ma costerà all’impresa più di 30.000 euro annui. Tale sperequazione è infatti il vero nodo da sciogliere per giungere ad un vero sviluppo nel mercato del lavoro italiano, che consentirà di abbassare la disoccupazione, aumentare i consumi e limitare il fenomeno del “nero”.
Se da un lato dunque il cambiamento e le riforme spaventano, dall’altro è pur necessario agire per dare nuovo stimolo alla nostra economia, che rischia altrimenti di rimanere stagnante a remissione di tutti. Per giungere alla miglior soluzione possibile è bene però che ciascuna delle parti agisca responsabilmente, conscia della delicata fase che sta attraversando il nostro Paese.

 

Aggiornamento del 5 aprile 2012

Le principali novità delle ultime ore sono le seguenti:
– la previsione del reintegro del lavoratore nei casi di licenziamento per motivi economici insussistenti;
– gli indennizzi risarcitori possono arrivare fino alle 24 mensilità;
la riduzione al 30% delle stabilizzazioni per l’assunzione di nuovi apprendisti per il prossimo triennio ;
– le previste limitazioni per le partite IVA entreranno in vigore dal prossimo anno.