Parlare di finanziamenti alla cultura in tempi di crisi è un argomento che nasconde non poche insidie. La drammaticità degli eventi che affollano le pagine economiche – e al contempo quelle dedicate alla cronaca locale – dei maggiori quotidiani nazionali, rendono legittimo il dubbio sulla necessità di continuare a destinare fondi ad un settore perennemente in perdita, in un Paese in cui si assiste a quasi un suicidio al giorno tra coloro che hanno perso il lavoro, e in cui il significato della parola “welfare” pare essersi smarrito.

Per chi opera nei comparti legati a vario titolo al mondo della cultura, le ragioni dell’infungibilità del sostegno da parte dello Stato alle attività e ai beni culturali appaiono ovvie, anche se non altrettanto possono esserlo per chi, costretto ad assistere allo spettacolo quotidiano di una nazione che cade a picco, schiacciata dal peso di un debito pubblico galoppante, preferisce mettere ai primi posti di un’ipotetica scala di interventi altri tipi di priorità.

In uno scenario così caratterizzato sarebbe ipocrita sostenere che la cultura è l’unico settore a meritare un interesse specifico da parte del pubblico; d’altro canto non è possibile restare inerti di fronte ad uno Stato e a una classe politica che non intende cogliere le opportunità offerte dalla cultura per uscire dalla crisi.

La congiuntura economica attuale ha posto le grandi democrazie occidentali in una condizione di profonda incertezza a cui da tempo non erano più abituate, facendo vacillare gli assunti di base di un sistema che sembrava infallibile e che invece è crollato a causa dello stesso modello che ha cercato di imporre. In un mondo saturo di prodotti materiali, in cui il denaro ha smesso di essere un mezzo per diventare un fine, il raggiungimento della massima utilità per il singolo a scapito di tutto e tutti ha quale unico risultato l’implosione delle economie nazionali. E’ su questa sottile linea di demarcazione che separa il pensiero dominante (che continua a reiterare il falso mito neoliberista) dal pensiero emergente (che mette in luce come il capitalismo sia soltanto uno dei tanti modelli economici possibili, e forse neanche il migliore), che si innesta il potere della cultura, in virtù della sua capacità di porre gli individui nella condizione di scegliere quale società lasciare in eredità alle generazioni future.

Visti in quest’ottica i finanziamenti statali a favore della cultura riacquistano la loro valenza di strumenti indispensabili a garantire ai cittadini la fornitura di quei beni comuni, che contribuiscono a dare significato al concetto di democrazia.

Per stimolare la partecipazione dei privati cittadini, il governo italiano ha stabilito – per la prima volta – che quest’anno è possibile destinare il 5 per mille della propria dichiarazione dei redditi anche agli enti non profit che si occupano di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali; ma come messo in evidenza in un precedente articolo apparso su Tafter.it, le modalità che dovrebbero rendere operativo questo strumento non brillano certo per trasparenza e chiarezza. Un ulteriore tassello che si aggiunge a una gestione già di per sé poco efficiente del “5 per mille”, che al contrario dell’“8 per mille” – destinato al finanziamento delle sei maggiori confessioni religiose presenti in Italia – non è stato istituito in maniera stabile per legge, in quanto la decisione se prevederlo oppure no viene presa di anno in anno dal governo in carica, lasciando nell’incertezza un ammontare che nel 2012 sarà complessivamente pari a 400 milioni di euro.

Un atteggiamento che non lascia indifferenti se a tali anomalie si sommano da un lato i fondi destinati alla quarta rata del rimborso delle spese elettorali a cui i partiti non riescono proprio a rinunciare, e dall’altro uno stanziamento di 10 milioni di euro che, secondo quanto riportato da “ItaliaOggi”, servirebbe a sostenere decine di fondazioni e associazioni di area politica, a cui ha deciso di contribuire anche il MiBAC con 5 milioni e 430mila euro a valere sull’esercizio finanziario in corso.

In una nazione vistosamente alla deriva, il sostegno pubblico alla cultura rischia di essere recepito come un’ulteriore imposizione fiscale. Dall’accisa sulla benzina all’aumento delle addizionali Irpef regionali, il messaggio che continua a passare è che la cultura è un costo destinato a gravare sui cittadini.

Si sente sovente dire che gli italiani sono un popolo rassegnato, votato alla sottomissione e scarsamente propenso a mettersi in gioco in prima persona per tentare di cambiare il modo di agire corrente della nostra società. Il non detto è che meno cultura equivale anche a meno consapevolezza di ciò che ci circonda, e che fino a quando il settore culturale continuerà ad essere considerato alla stregua di un orpello decorativo sarà difficile innescare un’inversione di rotta.

In un momento in cui l’incertezza ha raggiunto i suoi massimi storici, una certezza resta: no culture, no future!