Sembra che il vento di cambiamento degli ultimi tempi sia finalmente giunto a travolgere anche gli ambienti più conservatori del sistema cultura. Ormai da qualche settimana, dalle soprintendenze agli enti lirici, dagli uffici centrali a quelli periferici, tutti i massimi esponenti sono infatti ai blocchi di partenza per garantirsi una seduta alla tavola rotonda delle scelte di governo.

Noi di Tafter ci auguriamo che, al di là delle enunciazioni di principio, la volontà di innovare non si traduca in inutili operazioni di maquillage, con interventi limitati al cambio delle cariche apicali o alla rimodulazione degli incentivi fiscali per agevolare gli investimenti privati in cultura.

Sappiamo quanto in momenti di crisi generalizzata, con la pressione fiscale che cresce e la torta della spesa pubblica che viene sempre più ridimensionata, sia impopolare parlare di sostegno alla cultura.

Eppure non si tratta di un investimento meramente economico.

La cultura, come asset dell’immateriale, è costituita da un insieme di beni intangibili capaci di generare un circolo virtuoso di benefici crescenti: il capitale sociale è il terreno fertile per edificare un sistema efficace, produttivo e auto sostenibile. A tal fine, il dibattito sulle modalità di accesso alla cultura non è più solo uno dei tanti argomenti da salotto sulla natura elitaria o meno della cultura. Una strategia sistematica e ufficializzata tendente a destinare una percentuale di spesa pubblica per l’istruzione ad attività di promozione e diffusione del settore creativo e culturale, come ad esempio agevolazioni ai musei fuori dell’orario scolastico o per l’acquisto di libri d’arte, rappresenta il primo timido passo per il rilancio del sistema.

Senza indagare con la lente d’ingrandimento le dinamiche di governance del patrimonio culturale, saltano all’occhio le storture di una gestione degli assetti istituzionali incapace di far dialogare pubblico e privato per il raggiungimento di fini condivisi e di interesse generale.

Le recenti vicende di musei come MACRO e MAXXI hanno confermato la disillusione di quanti chiedevano un intervento dei privati che andasse ben oltre la forma giuridica di facciata.

La soluzione è superare la forma per arrivare alla sostanza del problema, ovvero la responsabilità e la libertà d’azione delle cariche dirigenziali e, soprattutto, le questioni giuslavoristiche della gestione dei rapporti con i lavoratori autonomi.

Non bisogna inventare nulla, già uno sguardo al panorama anglosassone può ispirare l’efficacia dell’interscambio di competenze tra pubblico e privato.