Metropoli, megalopoli, città metropolitane. Non mancano termini al nostro linguaggio per indicare come le città si siano estese verticalmente e orizzontalmente, e come ci si aspetti (anche a partire dalla nostra stessa Costituzione) che il loro ruolo diventi sempre più importante con il tempo. Il Novecento è stato sicuramente uno dei secoli in cui il ruolo della città è diventato sempre più definito, sempre più specializzato.

Ma è anche il secolo dei piani regolatori mai rispettati, delle costruzioni e ricostruzioni approvate attraverso dinamiche non sempre cristalline che hanno modificato, e a volte totalmente stravolto, il volto della città.
Particolare, in questo processo di cambiamento e trasformazione, è l’evoluzione delle periferie che, da complessi suburbani volti ad accogliere un umanità varia e disperata (si pensi a Accattone di Pasolini o alle vicende del Ponte della Ghisolfa di Giovanni Testori), hanno via via acquisito un ruolo sempre più centrale all’interno delle dinamiche degli interessi di sviluppo urbani.
Non volendo seguire tutte le evoluzioni legate all’immaginario delle città, ci basti notare come negli ultimi tempi alla metafora città-fabbrica si sia sostituita la metafora più digitale e intangibile della città-rete neurale. E’ per queste considerazioni che elementi come cultura, aspetti sociali, qualità della vita, hanno occupato le agende dei decisori politici per la realizzazione di progetti volti a riqualificare le aree urbane che più ne hanno la necessità.

Un elemento, che è qui giusto sottolineare, è che questa attenzione verso le periferie non è semplicemente dettata da un atteggiamento paternalistico, ma è frutto di un piano di investimenti  ben definito che le città affrontano con il preciso obiettivo di avere una crescita politica e culturale da un lato e monetaria dall’altro.  Le periferie, spesso trascurate dal punto di vista delle opportunità economiche, offrono oggi un terreno fertile per investimenti sul territorio.
E’ per questo che il processo di urban renewal, meglio noto come “rigenerazione urbana” vede proprio le periferie protagoniste. A testimoniarlo sono i numerosi progetti sviluppati in questo senso in tutto il mondo e, in particolare, quelli che già si prospettano come casi d’eccellenza.

Tuttavia, dovendo essere perfettamente legato al territorio, il processo di rigenerazione urbana porta con sé delle difficoltà in materia di analisi, di studio, e di realizzazione che da un lato richiedono una forte professionalità durante tutta la fase progettuale e di costituzione, e dall’altra non rispondono al dogma della ripetibilità, così caro ai decisori pubblici, che sono sempre in cerca di soluzioni universali da poter applicare con il minimo sforzo.
In questo contesto non bisogna guardare ai casi di eccellenza con il fine di agire pedissequamente come si fa seguendo il primo della classe, ma di comprendere quali meccanismi siano stati importanti per la definizione delle azioni. Guardare al processo e non al prodotto poiché quest’ultimo, lo abbiamo detto, è irripetibile.
E se ci concentriamo sui processi, e sulle dinamiche che sono comuni alle iniziative di successo emerge, in tutta la sua peculiarità, l’importante ruolo che riveste la cultura.
La cultura, infatti, agisce in questi processi non come una mera risorsa (e con questo polemizzo con coloro che, purtroppo ancora numerosi, si riferiscono alla cultura come al petrolio d’Italia) ma come una variabile di  processo che da un lato lega tutti gli investimenti esercitati su un territorio, dall’altro permette che questi stessi investimenti risultino più efficienti sia a livello economico (il famoso indotto) che a livello sociale.
Questo duplice aspetto economico e culturale, non va assolutamente considerato in maniera antitetica, in quanto, al fine di rendere redditizio l’investimento svolto su un territorio è necessario che queste due variabili abbiano dei trend di crescita coerenti l’una con l’altra.

Quanto appena asserito è facilmente dimostrabile: numerose esperienze italiane ed estere possono valere come elemento probatorio.
Non c’è solo l’esperienza pioneristica di New York con la realizzazione del Ps1 e delle varie iniziative nel South Bronx, ma anche Cracovia con l’esperimento del quartiere Zablocie, un quartiere fino a poco tempo fa del tutto scollegato dalla città e che oggi ospita non solo un museo di arte contemporanea ma numerosi altri servizi; Toronto con le iniziative legate all’Institute without Boundaries che di fatto è stato costituito come un Hub da cui sono nati numerosi spin-off universitari e che è in fase di profonda espansione.

Anche l’Italia può vantare risultati positivi: è il caso di Torino, città che da almeno dieci anni si è costituita come un caso di eccellenza nella nostra penisola per quanto riguarda la rigenerazione urbana, prevedendo per ogni intervento la diretta partecipazione degli abitanti dei quartieri interessati.
Questi esempi di certo non esauriscono tutte le iniziative di successo legate a questo tema. Meno numerosi sono tuttavia gli interventi di rigenerazione che nascono dall’iniziativa imprenditoriale privata.
Questo significa che non sono state ancora identificate delle strategie che permettono un intervento corale, fatto da imprenditori responsabili che siano in grado di avviare le necessarie dinamiche di trasformazione sociale per la riqualificazione di determinati territori.
E’ questa l’ultima frontiera della rigenerazione e del rapporto tra città e periferie così come emerge una volta che il vettore di congiunzione tra le une e le altre sia costituito dalla cultura.
Riuscire a porre in atto dei processi di cambiamento e di innovazione sociale senza prevedere degli enormi investimenti strutturali che per loro natura sono legati indissolubilmente al comparto pubblico è la maggiore sfida imprenditoriale di questo periodo.
Del resto i presupposti per un ritorno economico legato a questi interventi anche se non sono palesi esistono: un miglioramento delle condizioni socio-culturali di un territorio induce numerose dinamiche positive, una tra tutte, l’aumento del valore immobiliare del territorio stesso.
Gli imprenditori edili dovrebbero tener conto di questi processi, e iniziare a farsi portavoce di queste nuove forme di investimento sociale.
Chiaramente non sono solo gli imprenditori edili che devono interessarsi a questo relativamente nuovo tipo di investimento. La redditività dell’investimento globale aumenta con una configurazione differenziata e condivisa di tipologie di investimenti più mirati.

Con un aumento delle iniziative strettamente private si diminuirebbe il ruolo del settore pubblico (sia dal punto di vista dei finanziamenti che da quello di gestione e controllo) e questo permetterebbe l’implementarsi di un maggior numero di iniziative.
La vera innovazione sociale sarebbe forse questa: l’innescarsi di processi condivisi che, progettati in maniera coerente siano applicati sul territorio e che partano dai territori stessi.