Che cosa vi aspettereste di sentire in un museo? Penso che molti di voi risponderebbero qualcosa come: la guida che spiega, il visitatore in prima linea che oltre a limitare la visuale, chiacchera animatamente con l’amico di chissà cosa, il vociare dei gruppi organizzati e magari musichette elettroniche di qualsivoglia device tecnologico. Consideriamo invece il termine sentire in relazione ai sensi, cioè il nostro percepire la realtà e ricordarla attraverso l’olfatto, l’udito, la vista, il tatto e il gusto. Riponiamoci la domanda. La nostra reazione forse sarebbe di perplessità.

Oggi sono vari gli esperimenti condotti nei musei per cercare di coinvolgere sensorialmente i visitatori, attivando canali comunicativi e mnemonici molto più istintuali, che parlano alla nostra parte meno conscia e razionale.

Parliamo dell’olfatto. Nell’ultimo decennio l’olfatto è diventato uno dei cardini della moderna comunicazione polisensoriale. Aziende multinazionali e società di alto profilo utilizzano da anni mix di aromi per potenziare il direct marketing, incentivare le vendite e favorire le relazioni con i clienti. Tra i pionieri bisogna annoverare i casinò di Las Vegas che diffondevano essenze mirate nelle sale da gioco o la catena di hotel Sheraton che per i suoi ambienti ha scelto una fragranza a base di gelsomino, chiodi di garofano e fico.

L’olfatto è l’unico senso che va direttamente al cervello, senza intermediari e secondo recenti ricerche, le persone sembrano ricordare più a lungo un odore che un’immagine. Perché non stimolare e manipolare questo canale anche nei musei, creando atmosfere immersive e ad alta percezione? Qualcuno lo ha già fatto!

Facciamo qualche esempio: il nuovo museo della Juventus, a Torino ha una sala proiezioni a 360 gradi in cui è stata realizzata un’ installazione olfattiva che profuma la sala di erba appena tagliata, facendo sperimentare ai visitatori la sensazione di trovarsi in un campo di calcio.

Interessantissimo il nuovo progetto della Galleria d’Arte Moderna di Roma Capitale, riaperta il 19 novembre 2011 dopo un lungo periodo di chiusura, che offre da luglio a settembre la possibilità di immergersi sensorialmente, attraverso musiche e profumi, nei periodi storici delle opere d’arte esposte. Sono state create tre fragranze diverse per i tre piani della galleria: un mix di fiori d’arancio, gelsomino e tuberosa accostate a musiche tratte da melodrammi e canzonette per parlare del tema della femminilità e dell’amore; note agrumate con vetiver e patchuli per omaggiare le musiche di Ottorino Respighi e Armando Trovajoli e infine lavanda con accordi chypre e fougere, cari ai profumi degli anni Trenta, e altre componenti, con brani classici per pianoforte e per violino, testimonianza della musica ascoltata nei salotti di primo Novecento. Le opere d’arte, trasportate dalle musiche e dalle essenze entrano nello spettatore, imprimendosi nella sua memoria e creando un ricordo fortemente emozionale.

Che odore ha l’Arte povera? E la Pop Art? Si può attribuire un profumo ad un artista? Da canale di marketing sensoriale a strumento educativo-emozionale-mnemonico nei musei. Ora l’imperativo è sperimentare!