Arte, natura e tecnologia. Può esserci una stretta relazione tra questi elementi? Secondo Daniela Di Maro, giovane, promettente e apprezzata artista napoletana, la risposta non può che essere affermativa… Anzi, è la stessa arte che si alimenta da questo delicato rapporto tra natura e tecnologia, dove la prima è fonte di ispirazione per la seconda e dove la seconda non potrebbe esistere senza la prima, perché, in fin dei conti, ogni processo tecnologico, per quanto possa essere nuovo, ha una sua origine nello studio dei processi che regolano il sistema naturale, dalle piante agli animali. È il cuore della poetica di Daniela, espresso molto bene nella conferenza di chiusura della mostra – concorso “Un’Opera per il Castello 2011”, vinta dalla stessa artista con l’opera Anastatica Sensibile, realizzata in una delle sale interne di Castel Sant’Elmo, a Napoli, e rimasta esposta per alcune settimane poco tempo fa. Ed è in occasione di questo traguardo così importante che Tafter ha avuto modo di fare qualche domanda per una breve intervista a Daniela, parlando della sua ricerca artistica, la sua poetica e, ovviamente, il significato che si cela dietro la sua ultima installazione site – specific, pensata per il castello napoletano (da anni uno dei più affascinanti spazi espositivi).

 

Partiamo dalle origini… Com’è nata la tua passione per l’arte, soprattutto per quella contemporanea? E quali sono stati i tuoi “maestri” ispiratori?
Credo tutto sia nata perché già da bambina, nonostante non conoscessi l’arte contemporanea, ero particolarmente affascinata dalla vita di noti artisti e ne ammiravo opere e pensieri; passavo ore ed ore a disegnare e poi leggevo poesie, ascoltavo molta musica, soprattutto classica. Adoravo poi fare escursioni, visitare luoghi dove sentirmi parte della Natura ed osservare gli animali, raccogliere e collezionare foglie, fiori e pietre. Forse, iniziavo già ad “intenerirmi” al pensiero che esistesse una possibilità, al di là di tutte le altre, di esplorare il mondo, imparando ad “osservare” e ad “ascoltare”. Il legame che ho con l’arte, però, non posso definirlo “passione”. Direi che ormai si tratta di una necessità, senza la quale la mia vita non sarebbe la stessa. Per diversi anni, ho sperimentato percorsi, soprattutto universitari, che non mi hanno mai dato ciò che cercavo. Così, nel 2006 iniziai a frequentare l’Accademia di Belle Arti a Napoli. Aveva inizio il confronto con un nuovo mondo: cominciai a studiare, fagocitare input e riflettere. Mi misi in gioco. Finalmente. Di “maestri” ispiratori, in tutta sincerità, non ne ho avuti. Ci sono, naturalmente, tanti artisti (contemporanei e non) che stimo molto.

Quanto è stato duro il tuo percorso nel mondo dell’arte da quando ti sei laureata in Accademia a oggi?
Sicuramente il mio percorso fino a oggi non è stato semplice e continua a non esserlo. Ma mi va bene così, dopotutto sono ancora “giovane”. Sono soddisfatta di ciò che ho fatto fino a oggi soprattutto perché ho sempre agito in maniera trasparente e usato le mie forze. Credo però che anche nel mondo dell’arte ci siano tanti aspetti che andrebbero rivisti, ma questa è un’altra storia…

Verissimo. A proposito del tuo percorso, qualche anno fa hai partecipato con due opere a due edizioni diverse del Videoart Yearbook di Renato Barilli. Come sono nate queste opere video?
Sì, ho partecipato all’edizione del 2007 con Stand-by, video realizzato durante il corso di Videoinstallazione all’Accademia. Questo è stato tra i primi video ed è nato quasi per gioco… All’inizio sperimentavo molto e in quel caso mi ritrovai a riprendere una particella luminosa in movimento. In realtà, questa sorta di fotone, che vaga intrappolato nello schermo, è fermo e il suo movimento è dato unicamente dalla mia ripresa, il che ne ribalta il senso. Poi c’è Hemerocallis, video presente nell’edizione 2008. Completamente diverso da Stand-by, in questo video c’è la volontà di far riemergere dalla terra la parte più intima dell’uomo, evidenziandone il legame e sbocciando dal sottosuolo come un “hemerocallis”, fiore che rimane in vita per pochissimo tempo, ma di una bellezza immensa.

Abbiamo iniziato ad accennare il rapporto tra la tua arte e la natura… Arriviamo allora al presente e parliamo della tua ultima opera, “Anastatica sensibile”. Com’è nato il concept dell’opera?
Il concetto che c’è dietro al mio operato è sempre lo stesso: indago le relazioni che intercorrono tra i processi vitali, propri dei sistemi naturali e le opportunità intrinseche al progresso tecnologico, auspicando una presa di coscienza da parte dell’uomo per ristabilire e riconsiderare la sua Unità Originaria. Anastatica sensibile è frutto degli studi condotti negli ultimi anni di ricerca su queste relazioni. In questa installazione è pregnante la necessità di rivalutare la parte naturale di noi stessi per la formazione di un uomo nuovo, in armonia con se stesso e con ciò che lo circonda, ponendo le basi nell’idea romantica di Natura, concepita come Unità del Tutto, dove l’uomo è un frammento di un unico grande Organismo. Da qui, l’istanza di rendere il fruitore dell’opera parte fondamentale di un processo in divenire… Processo scaturito dalla sua sola presenza, che, consapevolmente o meno, lo rende responsabile di ciò che sta accadendo.

E infatti ogni singolo elemento dell’opera si armonizza alla perfezione con tutti gli altri e con il significato generale che è possibile rintracciarvi, a partire dalla rosa di Jericho, scelta non casuale…
Certamente: la scelta di una pianta del genere non è assolutamente casuale. Ricordo ancora quando da bambina mio padre mi incitava ad apprezzarne la sua “miracolosità”. La Rosa di Jericho muore e rinasce in un ciclo, potremmo dire, eterno. Ed è per questo che viene definita “Pianta della Resurrezione”. Quindi, questa pianta racchiude già in sé, un forte valore simbolico.

Hai detto che l’opera si basa sull’interattività, che caratterizza anche molte delle tue precedenti opere. Quanto è importante questo elemento? E che valore gli dai?
Di sicuro è molto importante. Cerco spesso di rendere gli “osservatori” parte attiva e integrante dei sistemi che progetto. L’uomo, integrato nel mondo circostante, ne modifica inevitabilmente (nel bene o nel male) la struttura e ciò avviene anche nell’arte. Condivido in pieno il pensiero di Roy Ascott il quale afferma: “Credo che la comprensione della coscienza di sé sia di grande importanza, sia per il mondo scientifico che per quello artistico. Si tratta di un mistero con il quale stiamo ancora lottando. La scienza vuole spiegare la coscienza, noi artisti, vogliamo esplorarla. Questo puo’ avvenire proprio grazie all’ Arte Interattiva che mette colui che guarda, l’utente, al primo posto. L’utente e’ colui che da’ inizio a una sorta di trasformazione delle immagini, e, colui che e’ al centro dell’esperienza percettiva di un sistema interattivo. In questo modo lo spettatore diventa sempre più in grado di trovare se stesso stabilendo una relazione differente con la propria coscienza “.

La tua opera aiuta il pubblico ad avvicinarsi a un mondo complesso come quello del contemporaneo. Credi che, oggi, l’arte debba riappropriarsi di questa dimensione “pubblica” e abbandonare l’indifferenza del “potevo farlo anch’io”?
Purtroppo c’è ancora chi non ha strumenti e conoscenze adatte alla comprensione dell’arte contemporanea e, a volte, noto che appare più facile abbandonarsi alla superficialità, generando giudizi impropri e senza sforzarsi di approfondire quanto necessario. Forse è una certa “pigrizia mentale” a generare la fatidica frase “potevo farlo anche io”. Credo sia fondamentale non lasciarsi impoverire dall’indifferenza, ma questo vale in ogni ambito, non solo nel mondo dell’arte. In ogni caso, la prima parte della tua domanda mi rende felice!

Del resto, lo si vede anche dal rapporto di curiosità e ammirazione che il pubblico ha avuto con quest’opera… Spostandoci sulla tua ricerca, abbiamo detto che arte, natura e tecnologia sono gli elementi fondamentali della tua poetica. Com’è cambiato il tuo modo di concepire questi tre elementi dal 2007, periodo del diploma e delle tue prime opere, a oggi? E com’è cambiata la tua capacità di trasformare queste ispirazioni in messaggi artistici?
All’inizio ero molto più incline ad affrontare i temi, apparentemente contrastanti, di natura/artificio senza preoccuparmi delle implicazioni più profonde che sarebbero poi venute fuori con il passare del tempo. Oggi, alla luce di una consapevolezza diversa, i miei orizzonti si sono allargati fino ad abbracciare tematiche affini all’ecologia, riconsiderando infiniti aspetti che coinvolgono, inevitabilmente, anche la mia vita di ogni giorno e ponendo, come riferimento secondario, ma non meno importante poiché rappresenta anche lo specchio della nostra contemporaneità, quello della tecnologia, considerandola un “mezzo” ideale affinché io possa realizzare il mio messaggio.

A proposito di tecnologia, anche la musica e i processi elettronici hanno giocato un ruolo fondamentale in alcuni dei tuoi progetti precedenti. Che relazione c’è tra gli elementi citati in precedenza e la musica o, se preferisci, il sound design?
Nel mio operato è da sempre molto importante il legame tra suggestioni visive e dimensione sonora. Questo vale per tutte le mie opere, dalle più recenti alle più datate, se così si può dire. Tramite un approccio sinestetico credo sia possibile reinterpretare, ricostruire e analizzare le complessità del mondo naturale, con maggiore coinvolgimento. E per fare ciò, mi avvalgo spesso di processi elettronici poiché sono in primis loro stessi ad essere una “ricostruzione” artificiale di una dimensione naturale.

Ultima domanda… Stai lavorando a nuovi progetti? Magari puoi farci una piccola anticipazione…
In realtà, lavoro costantemente a nuovi progetti. Alcuni però restano solo su carta poiché mi manca il tempo (e spesso anche la possibilità) di realizzarli! Preferisco non fare anticipazioni specifiche, mi limiterò a dire che sono in preparazione alcune videoinstallazioni.