Non è che a me la pizza piace, è che non posso fare proprio a meno di addentarla: la trovo semplicemente irresistibile. Posso rinunciare a tutto, ma non riesco a dire no ad un bel pezzo di pizza fumante, tanto da aver provato a rifarla a casa tante di quelle volte, fino ad essere riuscita ad ottenere proprio quella giusta consistenza e croccantezza, che per me sono un “dovere morale”.

Da una ricetta di Richard Bertinet.

Ingredienti:

500 g di farina 0 20 g di semolino
350 g di acqua
50 g di olio di oliva
10 g di sale
15 g lievito di birra
qualche cucchiaio di pangrattato

 

Preparazione:

Mescolate bene la farina con il semolino e il lievito sbriciolato, aggiungete il sale, l’acqua e l’olio impastate bene, ci vorranno 5-7 minuti, non aggiungete farina anche se l’impasto è appiccicoso, lavorandolo pian piano diventerà liscio e voi non l’avrete appesantito con altra farina. Vi lascio il link di un video per capire la sua tecnica con la quale lavorare impasti sia dolci sia salati.
Quindi formate una palla e lasciate riposare l’impasto per 1 ora nel forno con la lucina accesa, o in un luogo tiepido coperto con un telo.
Riprendete l’impasto, allargatelo solo con i polpastrelli su una teglia unta d’olio. Fate riposare ancora per 30 minuti. Allargate ancora delicatamente con le dita ed ecco avete la vostra base per pizza: condite a piacere (qui mozzarella, melanzane e zucchine sott’olio homemade, pomodorini tagliati in due e cosparsi di pangrattato). Cuocete a 220° in forno caldo per 30- 40 minuti.

Da abbinare con:

“Sono innamorata, sto avendo un’avventura con la mia pizza” E’ Julia Roberts che parla, mentre si gusta il suo spicchio ed esorta la sua amica recalcitrante e timorosa per la sua linea, a godere, invece, di quel momento paradisiaco, rinunciando finalmente a conteggiare le calorie e a donarsi a quell’esperienza senza più indugi. La scena nella pizzeria di Napoli in “Mangia, prega, ama” vale tutto il film, che in realtà é un concentrato di luoghi comuni e di strade tracciate e prevedibili.
Però questa scena e l’ambientazione nella vera pizzeria da Michele in via Sersale a Napoli, le braccia del pizzaiolo, che si intravedono sullo sfondo, mentre lavora l’impasto, il loro tavolo, la gente, l’arredamento perfetto con il marmo, i vetri e le nuvole di farina raccontano così bene l’esperienza godereccia, edonista di mangiarsi la pizza, che si perdona quasi tutto il resto del film. “E’ una pizza margherita a Napoli, è un imperativo morale mangiare e goderti la pizza” continua Julia. “Sono stanca di dovermi sentire in colpa ogni mattina per le calorie ingerite il giorno prima, quindi sai che facciamo? mangiamoci la pizza e domani andiamo a comprarci un paio di jeans di una taglia più grande!”.

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Consiglio di gustare la mia pizza con il libro “Molto forte incredibilmente vicino” di J.S.Foer, l’ultimo, che ho letto e forse uno tra i più belli degli ultimi anni: una storia circolare nella quale si muove un bambino di nome Oskar, che ha perso il padre nell’attacco alle Torri Gemelle; e dal “giorno più brutto” come chiama il giorno in cui è morto il papà, cerca attraverso indizi che cataloga con estrema precisione, di scoprire cosa apre una chiave trovata per caso nel ripostiglio di casa. In questa storia si muovono tre generazioni, e lui le attraverserà tutte con i racconti e le lettere della nonna e del nonno. Spicca sugli altri il racconto attraverso una lettera di suo nonno al figlio, del bombardamento di Dresda alla fine della Seconda Guerra Mondiale, per una tale concentrazione di sentimenti umani così profondi intoccabili ed estremi, da non riuscire a distogliere lo sguardo da quelle pagine per parecchi giorni. “Eravamo due amiche come sorelle, lei aspettava un bambino dal suo unico amore e ci parlavamo e mano nella mano nel letto non prendevamo sonno per l’eccitazione e la felicità. Niente meritava meno di essere distrutto. E invece lo fu. Un’ora dopo non c’era più nulla.” Ma il libro è intenso fino al punto di aprire delle finestre di ironia, e ilarità, di compassione e sollievo e quando finisce è come se un cerchio si chiudesse esattamente come avremmo voluto noi stessi.

 

 

 

La città, anzi le città sono Napoli e New York, perché sia in una che nell’altra ci sono i presupposti culturali e gastronomici per un viaggio intorno alla pizza, a quel panetto lievitato che ormai tutti fanno ma pochissimi sanno davvero fare. E’ come se le due città fossero unite idealmente dal ponte di Brooklyn attraverso l’oceano. Culla della bellezza italiana la prima e importatrice per eccellenza del saper vivere italiano la seconda, sia Napoli che New York rappresentano in modo antitetico, ma viscerale quello che si vuole davvero assaporare in una vita: il cibo e la bellezza. La bellezza intesa come amore per il bello, per l’altro, per l’arte, per la vita stessa. Anche nel libro la città di New York è attraversata nei suoi ‘6 distretti’, anche se in realtà sono solo cinque, da un viaggio che il bambino seguirà per mesi in case povere e ricche, esprimendo senza inutili filtri i suoi dubbi e lacerando i silenzi con domande dirette e così disarmanti da portare il lettore a volergli bene; e sperare che prima o poi anche lui possa finalmente “alleggerirsi le scarpe”.

 

 

 

 

La musica è senz’altro quella vellutata e sognante di Norah Jones, “Come away with me”…in the night, una richiesta pura e intima come poche altre.

 
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Il quadro infine da gustarsi è “Il giallo, il rosso, il blu” di Vassili Kandinski, nel quale c’è tutto: la musica, la pizza, il sole, gli altri, la vita e anche Oskar.