LuBeC si appresta quest’anno ad aprire la sua ottava edizione. In otto anni molte cose sono cambiate, all’interno del vostro evento ma anche nel panorama italiano e internazionale. Quali sono le principali novità introdotte?
Lu.Be.C. nasce nel 2005 da un’idea di Promo P.A. Fondazione, con l’intenzione di contribuire allo sviluppo della filiera beni culturali – tecnologia – turismo. La prima edizione ha messo al centro dei lavori il “caso Lucca”, città che dal 1999 al 2005 aveva subito nel campo della valorizzazione dei beni culturali un’accelerazione direttamente proporzionale all’attivazione di sinergie crescenti tra le istituzioni locali. Il successo della prima edizione – cui parteciparono sin da subito in maniera propositiva sia il mondo pubblico, sia privato a livello internazionale – ci convinsero a trasformare l’iniziativa in un appuntamento ricorrente. Negli anni la prospettiva si è ampliata e l’evento ha assunto dimensioni molto più vaste. Il partenariato è cresciuto esponenzialmente anche per settori di intervento. Quest’anno ci saranno 16 incontri tra workshop, presentazioni, dibattiti, interviste e la rassegna espositiva Lu.Be.C. Digital Technology, dedicata alle nuove tecnologie applicate ai beni culturali, ospita al suo interno alcune delle imprese più innovative del settore e con loro molti enti pubblici.
I temi del 2012 sono naturalmente quelli del dibattito che appare sulla stampa, una risposta al manifesto della cultura del Sole24Ore, già dal titolo: Cantiere cultura: dal dire al fare.
E allora faremo in modo – tra le varie – di individuare strumenti finanziari a supporto dell’investimento privato, azioni per il miglioramento della collaborazione con il terzo settore, progetti formativi che uniscano la green economy e il patrimonio culturale.

Cultura e sviluppo. Pubblico e privato. Ricerca e tecnologia. Binomi importantissimi che verranno discussi nei panel del Lubec 2012. Come pensa possano rapportarsi nel contesto attuale di riferimento?
Mai come in questo periodo così critico a livello internazionale è necessario risolvere i nodi che legano questi binomi. Solo coniugando queste realtà, tenendo conto di quel che succede nel resto dei paesi europei, sarà possibile rilanciare l’economia nazionale. Con Lu.Be.C. vogliano dare un messaggio propositivo in questo senso. Non a caso – repetita iuvant – abbiamo il titolo “Cantiere Cultura: dal dire al fare”. Crediamo che la tecnologia sia oggi strumento indispensabile a supporto della valorizzazione e divulgazione dei nostri territori, mezzo per raggiungere target differenziati per cultura, età e lingua, ma non solo.
In questo quadro il tema rapporto pubblico – privato sarà trasversale e principio ispiratore. E’ naturalmente fondamentale che, perché questo rapporto si concretizzi in investimenti – il pubblico oggi si concentri sul definire chiaramente gli ambiti ed i contenuti che il tessuto produttivo e imprenditoriale ha a disposizione per trasformare veramente le idee di valorizzazione in lavoro. E una volta dati i paletti … che vinca il migliore!

Un altro dei temi affrontati sarà quello delle Smart Cities. Perché è importante, per le città italiane, a suo parere, diventare più “smart”?
Una delle tematiche fondamentali che tratteremo a Lu.Be.C. è il futuro dei centri storici nell’era delle smart cities. La convinzione è che i luoghi della cultura, in Italia quasi sempre legati a una storia antica, debbano comunque allinearsi con le politiche europee e diventare sempre più smart, sostenibili e accessibili al pubblico, con servizi adeguati alla loro vivibilità, naturalmente senza lederne l’animus loci (su questo abbiamo anche scritto un rapporto). Si tratta di un passo fondamentale perché le città non perdano la loro natura primigenia di luogo abitato.

“Immaginate che Leonardo da Vinci per una strana magia ritornasse tra di noi in questi giorni e venisse a Lucca, gli mostriamo quanto di buono si è conservato. Probabilmente avrebbe delle domande, una di queste potrebbe riguardare i turisti. Forse non capirebbe bene cosa sono i turisti in un mondo che non è il suo. Però, certamente, dopo aver guardato intorno si chiederebbe «Ma dove sono le botteghe? Dove sono le botteghe dei pittori, dei poeti, i musicisti? Dove sono i ragazzi che dibattono agli angoli delle strade?» Si chiederebbe probabilmente questo, dove sono i grandi architetti che hanno costruito questi palazzi straordinari? In una parola probabilmente si chiederebbe se continuiamo oggi a produrre cultura. Se le nostre città continuano a produrre cultura o stanno solo conservando. Se le nostre città stanno vivendo un modello passivo o un modello attivo di quella che è la promozione e lo sviluppo economico della città stessa.” Così Walter Sant’Agata a LuBeC 2011… mi sembra piuttosto esaustivo.

E’ indubbio che la cultura di oggi, ma soprattutto quella di domani, passa per il web 2.0. Crede che la governance italiana sia preparata a questa sfida e quali sono le criticità che ci troviamo ad affrontare?
Nel nostro Paese il mercato che si sviluppa attorno alla filiera dei beni culturali – tecnologie – turismo insiste per una percentuale consistente sulla committenza pubblica, ed è proprio nel sistema di scelte della committenza che deve trovare una chiave di volta per il suo sviluppo.
Le scelte della P.A. quindi sia a livello centrale, sia locale, devono essere guidate da valutazioni attente, che partendo dalla misurazione dei risultati delle azioni già realizzate incrocino con l’analisi dei fabbisogni per pervenire alla individuazione delle nuove strade da percorrere, cogliendo al meglio le potenzialità offerte dal mercato.
Credo che, in questo quadro, sia necessario considerare ogni spesa della PA un investimento. Ad ogni investimento sottendono delle scelte e per scegliere ci vuole competenza.
Da qui, la risposta è che la governance funziona se le persone sono preparate. La nostra PA ha avviato il processo formativo sui questi temi, ma è ancora a “macchia di leopardo”. Credo che sia fondamentale che a livello centrale si incanalino gli investimenti sulla formazione, non solo delle nuove generazioni, ma anche di chi con le nuove generazioni deve interagire, la formazione di coloro che ogni giorno comprano servizi per un utente sempre più esigente ed attento.