Il 27 settembre l’associazione Ranuccio Bianchi Bandinelli ha tenuto un incontro dal titolo “L’Italia dei Beni Culturali: formazione senza lavoro e lavoro senza formazione” per sensibilizzare l’opinione pubblica sul precariato e sull’inadeguatezza della formazione cui sono soggetti i tanti professionisti in campo culturale che da anni lottano per il riconoscimento e la regolarizzazione delle proprie attività.
A questo proposito abbiamo chiesto alcune delucidazioni alla dott.ssa Carla Tomasi, presidentessa dell’ARI (Associazione Restauratori d’Italia) la quale, pur avendo aderito al manifesto presentato in occasione del convegno non è stata invitata a partecipare.

Dott.ssa, il 27 settembre è stato organizzato questo importante incontro relativo alle professioni e alla formazione dei lavoratori dei beni culturali. Come mai la sua associazione non è intervenuta?
Come ARI abbiamo dato pieno appoggio alla causa eppure non siamo stati invitati ad intervenire. Credo che questo rappresenti nel suo piccolo la difficoltà a dialogare che esiste all’interno del settore dei beni culturali, la mancanza di un coordinamento tra le professioni che non riescono a presentare una linea di comportamento univoca, coerente e anche professionalmente eccellente per affrontare e risolvere le problematiche della professione.

Mi vuole dire che in tutti questi anni non avete mai studiato una strategia comune per vedere riconosciute le vostre attività formulando congiuntamente delle richieste?
Diciamo che ci sono stati dei contatti informali e trasversali ma mai un coordinamento effettivo di tutto il settore.  Che poi è anche il succo del problema: ovvero come possiamo definire il perimetro delle competenze nel settore dei beni culturali?
Per riconoscere le nostre competenze servirebbe infatti un ragionamento sul comparto con le associazioni ed i professionisti interessati e con le istituzioni coinvolte quali il MiBAC nel suo complesso, il Miur, il Ministero del Lavoro, gli enti locali.
Dal nostro punto di vista il convegno del 27 settembre è stato un incontro utile a lanciare un allarme ma non abbastanza approfondito per poter focalizzare in maniera analitica il cuore del problema, quello relativo al lavoro, alle figure coinvolte nei cantieri e nelle aziende, ai contratti pubblici.

Cosa vi aspettate si faccia per i lavoratori e, nel vostro caso specifico, per i restauratori?
Certamente noi auspichiamo che si superi velocemente questa stasi che ormai da tanti anni ci vede protagonisti ma non credo che sia questo il momento di analizzare i motivi che hanno determinato questa fase di stagnamento.
Il tema lanciato dalla Bianchi Bandinelli, è collegato al riconoscimento professionale, che è una piaga da superare quanto prima, soprattutto per i restauratori italiani che corrono il rischio di non essere riconosciuti né in Italia e neanche all’estero con il risultato di assistere ad una regressione totale anche a livello europeo.
Ciò che ci aspettiamo è che venga riconosciuta effettivamente ed in tutti i contesti la figura del restauratore come responsabile diretto nell’esecuzione dell’intervento, in grado di eseguire tutte le operazioni descritte nel mansionario del decreto ministeriale 86/2009.
Ma non solo il restauratore deve essere riconosciuto: bisogna sostenere con ancora più forza i tecnici del restauro, che sono la maggioranza, l’utenza più ampia, perché in un cantiere può bastare un solo restauratore che coordina i lavori e che poi si affiderà ai tecnici, che rappresentano la vera massa critica lavoratrice.
Esistono poi i tecnici del restauro con competenze settoriali, come gli artigiani artistici che operano in autonomia, sotto la direzione del restauratore, in quanto possiedono un’esperienza tale da poter operare in maniera indipendente. I Comuni, le Regioni, e tutti gli enti locali dovrebbero recuperare e valorizzare queste figure, utilizzando le loro competenze per i propri beni culturali. L’errore commesso è stato quello di confondere i tecnici del restauro con competenze settoriali con i restauratori.
Si tratta in realtà di una rete di professioni che possono intervenire in coordinazione ma che non possono essere racchiuse in un unico riconoscimento, perché le mansioni sono diverse e si rischia in questo modo di sminuire le competenze di ognuno.

Certo che se poi mancano o vengono tagliati i fondi per il restauro si tagliano anche le professionalità…
Dobbiamo entrare nell’ottica che non ci sono finanziamenti statali: possiamo richiederli a gran voce ma non possiamo basare il nostro futuro su qualcosa che dobbiamo elemosinare.
Bisogna allora immaginare un sistema economico che, collegato ad altre strutture territoriali private o pubbliche, sia diversificato. Gli sponsor, ad esempio, dovrebbero essere invogliati ad investire, ma come fanno ad esserlo se non valorizziamo i nostri beni, se non creiamo degli itinerari turistici d’eccellenza e non rivitalizziamo i piccoli centri? Sappiamo per esempio che il mercato immobiliare attorno a beni storici ed artistici aumenta di valore.
Una soluzione potrebbe essere quella di condividere i poteri degli enti locali con il tessuto produttivo locale, programmando gli interventi nell’ottica di ottenere tangibili ricadute sul territorio e sul turismo, onde attivare un volano fruttuoso che ripartisca i benefici. I soggetti coinvolti dovrebbero essere, oltre a quelli istituzionali, associazioni, fondazioni, professionisti, musei locali, mostre locali, imprese locali.
Non credo ci sia una ricetta pronta e sicura, ma siccome il sistema statale sta mostrando i suoi limiti, bisogna trovare delle alternative democratiche ed inclusive: un nuovo patto lavorativo che non sia arcaico come quello che ci stanno proponendo, un’ impresa nuova dinamica ed elastica e in cui ci sia, come in Germania, compartecipazione di azioni tra proprietari e lavoratori, perché solo partecipando si può credere nel proprio lavoro e nella propria azienda.
L’Italia sta distruggendo se stessa per incapacità manageriale a tutti i livelli. Si tratta di cambiare un’economia e il rapporto politico tra chi fa e chi gestisce. Una forma mentis, insomma, e di certo non sarà una cosa facile.