Il dato più rilevante della tre giorni dedicata al futuro della Smart City che si è tenuta dal 29 al 31 ottobre presso la Fiera di Bologna, è un dato che non riguarda in prima persona un particolare relatore o una data organizzazione invitata ad esporre la propria esperienza. Non è né un caso di eccellenza, né un intervento particolarmente interessante, sebbene questi ingredienti non siano di certo mancati, ma il fatto che #sce2012, l’hashtag della Smart City Exhibition, sia entrato nella Top Topics di Twitter Italia.
Un evento congressuale che richiama una così forte partecipazione, e non solo virtuale, non può che suscitare un discreto ottimismo.
Certo, quello della Smart City è un tema caldo che, accanto a quello delle “start-up”, sembra avere canalizzato l’attenzione di tutta una fetta di popolazione di studenti, aspiranti imprenditori, innovatori sociali ma anche enti istituzionali e pubbliche amministrazioni. Ciò che di fatto emerge è che gli interventi previsti nel programma congressuale, i relatori invitati a partecipare e soprattutto i temi trattati, hanno intercettato una tendenza (e questa volta non nel senso di moda ma di inclinazione) presente nella nostra realtà sociale. Sempre più numerosi sono gli sforzi di molti individui, taluni meritevoli altri soltanto interessati a restare sulla cresta dell’onda, che hanno intenzione di provare ad immaginare un rapporto diverso con l’economia e le istituzioni italiane.
I dati sulle start-up rilevano come nelle stime per il 2013 l’autoimpiego sia la forma lavorativa più ricercata (superando la mentalità del consueto “posto fisso”) mentre quelli relativi alle Smart City prevedono che nei prossimi anni una serie di investimenti (si spera di natura pubblico-privata) agiranno su una dimensione finora appannaggio esclusivo delle organizzazioni del terzo settore.
Queste informazioni disegnano un Paese diverso da quello che si intuisce dai mass-media nazionali e dalle dichiarazioni (sicuramente provocatorie) di alcuni membri del Governo.
Governo che tra l’altro gioca in questo senso un ruolo di prima linea: l’inclusione di criteri ascrivibili alla Smart City all’interno del decreto sviluppo ha, nelle parole del Prof. Mario Calderini, membro del Consiglio di Amministrazione dell’Agenzia per la diffusione delle tecnologie per l’innovazione: “ribaltato il modello di ricerca del nostro Paese”.
Lo stesso Calderini, il cui intervento ha concluso la plenaria inaugurale di SCE 2012, prosegue rispondendo in anticipo alle eventuali proteste che questa scelta può suscitare “mi permetto di ricordare che, poiché il Nostro Paese ha perso negli ultimi 30 anni, l’onere della prova non sta in chi vuol cambiare ma in chi vuole mantenere l’esistente”.
Tuttavia il timore generale è che il numero di persone, che con malizia o meno, voglia perseguire il mantenimento dello status quo soverchi di gran lunga l’impegno e le dichiarazioni di intenti.
Questo timore è emerso, benché mai in forma esplicita, soprattutto negli interventi dei relatori italiani, ben consapevoli delle difficoltà che bisognerà affrontare per implementare delle politiche di sviluppo smart nelle città.
E qui si nasconde l’altro lato della medaglia: le condizioni congiunturali hanno permesso che si prestasse discreta attenzione ad una serie di istanze ed interventi che segnano un’innovazione rispetto al classico paradigma dicotomico esistente tra mentalità imprenditoriale e governo della res publica.
Questa innovazione è una sorta di armonizzazione tra caratteristiche dell’una e dell’altra e si traduce in un’attenzione sempre crescente per le conseguenze che imprese ed enti istituzionali pongono in essere con il proprio operato.
Questo modello di sostenibilità tout-court può segnare un cambiamento importante per le condizioni socio-economiche attualmente esistenti, e l’attenzione che le istituzioni sovranazionali hanno posto in questa tematica ne ribadisce la validità concreta.
Ma affinché questo diventi realmente un driver di sviluppo economico è necessaria l’implementazione concreta di azioni mirate al coinvolgimento non solo della Pubblica Amministrazione ma di gran parte della cittadinanza. Se questo non avverrà il pericolo è quello di trasformare l’erogazioni di fondi nel motore che alimenta l’ennesima bolla speculativa (in questo caso concettual-finanziaria) destinata ad esplodere in un nulla di fatto generale.
Per fare in modo che ciò non accada, è necessario che l’aspetto finanziario così come quello tecnologico (wi-fi, banda larga, cloud technologies) siano non gli obiettivi ma i prerequisiti. La vera sfida è ingaggiare una collaborazione democratica con i cittadini al fine di rendere questi ultimi sempre più partecipativi, obiettivo sicuramente difficile a giudicare dai dati di astensionismo delle recenti elezioni siciliane.