Volge al termine la Biennale di Architettura di Venezia numero 13. Iniziata il 29 Agosto, ha chiuso i battenti il 25 Novembre. Si è discusso quest’anno di terreno comune, come indicava lo stesso tema: “Common Ground”. La direzione quest’anno è stata affidata all’inglese David Chipperfield, che ha parlato di Venezia come luogo dove “le architetture, umili o grandiose si fondono con la laguna creando qualcosa che va oltre la natura; la città ci rammenta le reali possibilità dell’architettura, sia come atti singoli sia come parte di una visione più ampia”.

Terreno comune, inteso anche come conoscenze, esperienze, storie o luoghi in comune. L’architettura deve farsi strada nella profonda trasformazione che sta vivendo la società e non può sottrarsi alla creazione di nuove forme di condivisione.

E la mostra di Venezia ci ha provato, con tante contraddizioni (e non poche polemiche sull’aspetto autoreferenziale di alcune installazioni e sulla non concretezza della mostra), ma anche con tante idee espresse dai vari paesi partecipanti. Alcune forse non realizzabili ed altre che invece, si spera, lo siano come la proposta del padiglione giapponese dedicato alla ricostruzione post-tsunami “Home-for-All”.

La visita, divisa tra i Giardini e l’Arsenale (rigorosamente una giornata da dedicare a ciascuna delle due) è stata, come sempre “ricca” ed illuminante – ormai è una piacevole consuetudine essere a Venezia ogni due anni per visitare una delle città più belle del mondo e per vedere lo stato dell’arte nel mondo dell’architettura (che interessa esperti e non). Questa volta la visita è stata impreziosita dalla compagnia di due architetti, un ingegnere, un dottore commercialista ed una esperta di didattica per bambini.

E da qui l’idea di dare un voto al “sentiment” che lasciava ogni nazione da parte del gruppo sopracitato. Un voto basato sull’emozione che ogni esposizione riusciva a trasmetterci attraverso spunti di riflessione e di interesse.

Cinque stelle (in una scala da zero a cinque) le hanno meritate Israele, Usa, Brasile e Russia (tutte ai Giardini).

Israele (seconda nazione per numero di centri commerciali nel mondo) ha posto in primo piano l’aspetto capitalista della nazione sotto il profilo architettonico ed il rapporto con gli Usa che si è tradotto in una vendita speciale di oggetti che hanno tutti a che fare con questo difficile legame. Chi si è fermato al piano terra acquistando solo dei gadget e andando via, non ha compreso il senso del padiglione, ma è stato protagonista dell’intenzione dei curatori, mentre chi è andato oltre, salendo al primo piano, ha compreso cosa significasse ognuno degli oggetti in vendita.

Gli USA hanno coinvolto in maniera diversa i visitatori, attraverso 124 pannelli con interventi reali e concreti per il bene comune. Interventi volti al miglioramento urbano sotto varie forme. Dalla mobilità alla socialità, alle pratiche utili per migliorare il vivere quotidiano.

Il Brasile, paese oramai in fortissima ascesa non solo economica, ma anche culturale, ha messo il punto su convivialità e convivenza. “Riposatevi”, opera di Lucio Costa, riproposta nel padiglione è un invito al riposo ed una identificazione del Brasile. Emblematica la frase di Costa “Quelle stesse persone che riposavano sulle amache, nel momento del bisogno riuscirono a costruire in 3 anni una nuova capitale in mezzo al nulla”. Il riposo quindi, inteso come una forma di creazione. Interessante quindi la visione di Marcio Kagan che, anche attraverso Peep, una sorta di telenovela familiare ha raccontato cosa accade all’interno di una delle sue opere architettoniche preferite, la Villa V4. La particolarità è stata che la visione di questa quotidianità era possibile solo attraverso dei buchi che trasformano i visitatori in “guardoni” curiosi.

Quello russo poi è stato un padiglione futuristico. All’ingresso venivano dati dei tablet con i quali bisognava decodificare centinaia di codici QR, dietro ognuno dei quali vi era un progetto. L’emozione di trovarsi proiettati nel “2050” è stata forte, non si riusciva a star dietro tutti quei progetti e soprattutto vederli tutti è impossibile. Il massimo punteggio (in questa “speciale” graduatoria) è dovuto più alla spettacolarità del padiglione che ai contenuti, seppur buoni nei pochi progetti visti attraverso i QR code.

Quattro stelle per Spagna, Giappone, Cipro, Irlanda ed Italia (le prime due ai Giardini, le altre all’Arsenale).

La Spagna ha puntato sull’innovazione tecnologica, dando a sette studi selezionati la possibilità di dare alla mostra il proprio lavoro creando una sorta di laboratorio spagnolo. Ogni lavoro aveva vita propria, e forse la mancanza di un filo che li lega è una pecca, però tra questi Dream your city (a cura di Ecosistema Urbano) che riflette un’architettura aperta, colorata, partecipata e giocosa e Betweenair sul rapporto tra natura e tecnologia hanno colpito il segno.

Il padiglione giapponese, già citato prima, a cura di Toyo Ito ha guardato dritto verso il tragico tsunami dell’11 marzo 2011 cercando una soluzione al disastro attraverso il dialogo con chi ha perso tutto. Un dialogo che aiuta la ricostruzione ed il miglioramento della vita quotidiana in maniera condivisa. “Architecture. Possible here? Home-for-All”, questo il titolo del padiglione in cui era in mostra anche la prima residenza ultimata a Sendai lo scorso autunno. Una buona speranza per il futuro del Giappone dopo un disastro enorme.

Cipro ci ha portati “in estate” con un padiglione tutto sulla sabbia (molto suggestivo) con temi di sviluppo turistico nella nazione del Mediterraneo, mentre l’Irlanda ha fatto divertire con dei giochi di equilibrio che hanno coinvolto i visitatori.

Protagonista invece del padiglione Italia (molto discusso in questi mesi) è stato Adriano Olivetti, indiscutibilmente il nostro Steve Jobs degli anni tra il ’30 ed il ’60. “Adriano Olivetti. Nostalgia di futuro”, questo il titolo della sezione del padiglione Italia a lui dedicata, con vari spunti rispetto allo stabilimento di Ivrea e di Bagnoli e sulla sua attività da imprenditore. Nella parte finale del padiglione, c’erano due video contrapposti, “5 minuti di recupero, un’occasione per ripensare la crescita urbana” ed un video di Arcò con una serie di progetti innovativi di riqualificazione urbana.

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Tre stelle, infine, per la presentazione di Common Ground all’Arsenale dove risaltavano i lavori “Gateway” (dove troviamo un mondo fatto di immagini), “Wall Houses” (una riproduzione scala 1:1 di un edificio progettato in India), “Torre David – Gran Horizonte” (una torre occupata a Caracas) e “13178 Moran Street” (risolvendo il problema di spazio urbano inutilizzato acquistando una casa abbandonata a Detroit).

Nonostante le polemiche, nonostante sembra che ogni due anni ci si ritrovi a parlare di nuova architettura che forse così nuova non è e nonostante un bel po’ di autoreferenzialità (manifestata delle archistar presenti), è importante che ci si ritrovi anche solo a discutere di futuro. Di futuro urbano, di riqualificazione, di smart cities, di ricostruzione (purtroppo nei casi tragici bisogna affrontare anche questi argomenti), insomma della vita quotidiana di tutti noi, architetti e non. E se a volte sembra che l’architettura non si prenda cura di te, sei tu che devi prenderti cura di lei. Appuntamento a Venezia nel 2014.

Le foto sono di Carla Di Martino e Fabrizio Barbato