Quando Felice Cappa ha presentato, insieme a Dario Fo, la sua idea di “Mistero Buffo”durante il Milano Film Festival, sapeva che non avrebbe raccolto il plauso di tutti; d’altra parte, aveva scelto di realizzare uno spettacolo 3D di 65’ di un’opera di grande successo, attraverso un teatro del futuro. E infatti, c’è chi ha immediatamente storto la bocca, seppure ci fosse già stato il Campovolo3D di Ligabue che, tutto sommato, aveva proposto analogamente un live attraverso il theatrical (inteso come schermo di sala).

E’ il frutto di in un’epoca la cui esigenza principale è quella dell’intrattenimento, in ragione della quale si ridimensiona, se non addirittura si sacrifica, la tradizionale linea che separa semanticamente il theatrical dallo spettacolo dal vivo.

Il risultato? Concerti che diventano film, spettacoli dal vivo che arrivano in sala cinematografica, costruzioni 3D con pretese di meta-partecipazione! Tutto questo ci dice già molto, perché ci mostra come il cinema non solo stia abbracciando format, stili e linguaggi diversi, ma anche come il pubblico sia disposto a recepirli.

Da sempre infatti, lo spettacolo dal vivo si distingue dai prodotti di finzione per il modo in cui i suoi mezzi e personaggi agiscono con l’immediatezza dell’esperienza, che resta unica, irripetibile; ma cosa succede se lo spettacolo dal vivo diventa esso stesso un prodotto di finzione e lo schermo sostituisce il palcoscenico? L’irripetibile, attraverso la cinematografia diventa indelebile, e la tecnologia 3D illude alla partecipazione, al punto che il cinema sembra aver preso il sopravvento sullo spettacolo dal vivo, che soccombe, così come l’esperienza di prima persona. E’ un paradosso dalle conseguenze ipotizzabili? Ma, soprattutto, è poi così scontato che il passaggio del “format dal vivo” ad un canale cinematografico ne lasci supporre necessariamente la crisi? Chi risponde affermativamente è forse dominato da uno sguardo atavico che vede l’innovazione tecnica e tecnologia dei mezzi di diffusione culturale un segnale di svilimento, snaturamento, prostituzione, dunque crisi, dell’opera. Eppure, tutte le statistiche e le elaborazioni SIAE(2007/2011)dimostrano quanto l’approdo di un nuovo format in sala cinematografica (in questo caso quello dello spettacolo dal vivo) non vada affatto a ridimensionare o ad annichilire il bacino di utenza che tradizionalmente frequenta il concerto live, l’opera, il teatro e la performance. Anzi, quel che risulta chiaro è come la differenziazione dei canali di diffusione e distribuzione del prodotto culturale, riassuma la parallela evoluzione delle modalità di fruizione del pubblico.

Ovvero: il fruitore dello spettacolo dal vivo resta in carica anche e nonostante l’utilizzo alternativo del suo live, non subisce la propensione ad abbandonare la sua scelta di partecipazione in prima persona; al contrario, la diffusione attraverso altri codici e canali, consente approdi prima inimmaginabili che ora recepiscono la cultura dietro spoglie e meccanismi diversi. L’esatto contrario di una “crisi”!

Format e Linguaggio dunque, appaiono come una valida e complessa commistione comunicativa, due ingredienti intercambiabili a seconda del bacino di utenza di riferimento. Non solo: la fruizione theatrical può anche diventare il surplus, il gadget inossidabile di un’esperienza, e non il modo pratico di semplificarla. Piuttosto che parlare di crisi del cinema o dello spettacolo dal vivo dunque, appare più sensato approcciarsi alla novità del canale con maggiore curiosità e meno vittimismo. Oggi il fruitore è una componente sempre più attiva e sfaccettata del sistema cultura, differenziare il linguaggio culturale è un valido strumento trasversale di crescita. Possiamo dunque dormire sonni tranquilli; recentemente abbiamo rischiato un crash semantico solo in un’occasione, e per colpa del genio Polanski che, con il suo “Carnage” ha realizzato un “film teatrale”, un capolavoro per il quale, forse, questo discorso potrebbe essere opinabile. Ma è una contingenza del tutto isolata.