Sono stanco che il sole resti in cielo, non vedo l’ora che si sfasci la sintassi del Mondo, che si mescolino le carte del gioco, i fogli dell’in-folio, i frantumi di specchio del disastro
Italo Calvino

 

E forse davvero si sta sfasciando la sintassi del mondo: l’accelerazione tecnologica degli ultimi anni ha scardinato certezze stabili da secoli e certo la fotografia non è rimasta indietro. Visitando la mostra in corso a Firenze, al Museo Nazionale Alinari della Fotografia, GLI ARCHIVI ALINARI E LA SINTASSI DEL MONDO OMAGGIO A ITALO CALVINO emerge, forte, una sensazione di distanza, di distanza da ”L’infinito istante” che è stata la Fotografia e da un istante che difficilmente oggi si potrebbe continuare a definire infinito.

L’occasione è il 160esimo anniversario della Fratelli Alinari: l’esposizione, a cura di Christophe Berthoud, mostra 90 foto, provenienti dall’Archivio Alinari, allestite in una sequenza che evoca narrazioni, per frammenti, ma comunque narrazioni, seguendo le regole de Il castello dei destini incrociati di Calvino: scelta, questa, controcorrente in un momento in cui a prevalere è la fruizione libera delle immagini, la paratassi, come nella timeline di twitter, o come nella passeggiata in libertà nella Parigi di Doisneau (in questi mesi a Roma), o come il vagare dello sguardo sullo schermo stabilendo connessioni ancor più liquide degli incroci di destini sul tavolo dei Tarocchi.

Ad accompagnare la mostra, un programma di laboratori per famiglie e scuole, Foto-racconti in omaggio a Calvino, nutre quel pensiero lineare che ci rende capaci di raccontare e mischiare storie, di fare e disfare la sintassi del mondo, e di cui si inizia a temere la scomparsa a causa della Rete.
Le foto di questi archivi sanno raccontare, lentamente, storie, persistono nella memoria, sono fotografie che “pungono”. Pesano gli ingranaggi della fabbrica Fiorenza e della Ginori, si imprimono nella memoria i ritratti e i busti dello stabilimento fisioterapico, si lasciano esplorare i paesaggi e le stanze profonde, sospendono il fiato il termoscopio ad aria e il decollo del pallone aerostatico, nel tempo.

Ai tempi di Instagram e dei social network, che vivono di frammenti che si perdono nell’istante stesso in cui sono consumati da un’occhiata di qualche secondo, visitare questa mostra, così come la collezione permanente, sa quasi di viaggio indietro nel tempo. Si potrebbe leggere questo percorso nella Fotografia parallelamente alla progressiva perdita di peso del mezzo e al modificarsi del rapporto col Tempo: dalle macchine ottiche intagliate in legno, passando per pesanti e ingombranti obiettivi in ottone, e poi le Leica e, infine, il primo cellulare con fotocamera del 2001; o ancora come un viaggio nella materia di cui sono fatte le fotografie, lastre di vetro, carta, pixel, o in quella di cui sono fatti Album e cornici. E si può anche fare un percorso ulteriore e tattile nella materia di cui sono fatte le riproduzioni per non vedenti, che sanno restituire le differenti vibrazioni di un viso come di un paesaggio, la diversa consistenza e porosità del mare e della terra perché un non vedente lo possa vedere.

Comunque al di là delle singole foto o delle possibili letture, colpisce la determinazione ad esserci che emana da questi bianco e nero fatti di lastra o di carta, scritti dalla luce, sviluppati e fissati con gli acidi: quasi già nostalgia per il potere della Fotografia che vediamo perdersi nella sovrabbondanza di immagini, di istanti fermati solo per qualche istante e, spesso, mai più rivisti.

Un paio di settimane fa, su La Lettura del Corriere, si proponeva un reportage in parallelo Al mercato con l’iPhone, Al mercato con la Leica (e la pellicola) ed al di là degli esercizi di stile si intravede una verità densissima di risvolti; Gianni Berengo Gardin cita una pubblicità di macchine digitali “Non pensare, scatta” e continua dicendo “Ai miei allievi dico sempre: “prima pensa, poi eventualmente scatta”, a chiarire quanto la tecnologia (in questo caso il superamento del limite dei 36 fotogrammi) cambi la mentalità stessa dei fotografi e a lasciare, tra le righe, un interrogativo sul destino di questa mole di immagini e degli archivi stessi.

La settimana dopo, su La Repubblica, si snocciolano cifre inimmaginabili, quando le foto si stampavano in camera oscura e venivano conservate nei cassetti: Instagram “fagocita” 60 immagini al secondo, un’immagine è consumata in un massimo di 5 secondi per poi disperdersi e mentre un nostro tramonto non è poi così diverso dagli 11milioni di tramonti visibili su Flickr “ la tecnologia che ha garantito l’accesso sta portandoci all’eccesso e all’inquinamento visuale” .

“Non posso fare a meno di chiedermi se, ogni volta che scattiamo a casaccio una foto digitale o ne cancelliamo una dai nostri iPhone, quel gesto non contribuisca a spogliare la fotografia del suo meraviglioso, impressionante potere: quello di tenere fermo il passato davanti ai nostri occhi” (L.Rosenfeld)

E viene anche da chiedersi se, tra le foto scattate col cellulare, per esempio durante avvenimenti di portata storica, ci saranno foto incisive e portatrici di immaginario quanto quelle dei maestri del passato e, soprattutto, se ci dovessero essere, chi riuscirà a fermarle e tirarle fuori da questo flusso di immagini, paradossalmente tanto simile al tempo. Adesso le immagini affidate alla rete sembrano vapore prima delle nuvole, forse gli archivi di domani sapranno condensare qualche “goccia di splendore” da tutto questo vapore.

Forse una passeggiata natalizia a passo lento all’Alinari, a immaginare storie, non servirà a rivestire la Fotografia del suo potere, ma che si vada via con un paesaggio o con gli occhi fissi di 2 gemelle (loro si, “sono state” e sembrano aver generato quelle di Arbus e Kubrick), sicuramente, questo guardare lento toglierà dalla nuova invisibilità qualche immagine per più di 5 secondi e riconsegnerà al futuro qualche “infinito istante”.

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