Come sarebbe un giorno senza notizie? Immaginate di accendere la radio una mattina e di non avere idea di cosa stia accadendo intorno a voi, a chilometri di distanza o all’interno della vostra stessa città. Non avreste la sensazione di risvegliarvi nel lontano medioevo?

È proprio questa la domanda da cui deriva il progetto web “A day without news” del Committee to Protect Journalists, associazione no profit che si prefigge come obiettivo quello di difendere l’informazione libera in ogni parte del globo, soprattutto in quelle zone in cui di notizie ci sarebbe maggiormente bisogno.
“A day without news” è un’iniziativa nata durante un convegno dal titolo “The Cost of Truth”, tenutosi quest’estate per presentare i vincitori del World Press Photo a New York, ed è stata ideata da alcuni giornalisti, reporter, fotografi: Aidan Sullivan dell’agenzia Getty Images, David Friend redattore di Vanity Fair, Lynsey Adarrio fotogiornalista che ha lavorato per il New York Times e il Time. La campagna è volta a ricordare tutti i loro colleghi che hanno perso la vita mentre erano in servizio per il diritto di informare, spesso nell’indifferenza dei governi locali, cadendo, in seguito, nell’oblio dell’opinione pubblica.
Come è successo per Marie Colvin del The Sunday Times e il fotografo Remi Ochlik (quest’ultimo è stato vincitore con i suoi scatti del World Press Photo), entrambi morti in Siria lo scorso 22 febbraio mentre stavano svolgendo il proprio lavoro; allo stesso modo sono stati dimenticati Tim Hetherington fotografo vincitore del Sundance Film Festival e il giornalista Chris Hondros candidato al premio Pulitzer, morti nella guerra libica il 20 aprile 2011; nel nostro paese ricordiamo, grazie ai premi giornalistici e fondazioni, Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin morti a Mogadiscio nel 1994; Maria Grazia Cutuli, inviata del Corriere della Sera in Afghanistan lì uccisa mentre era assieme all’inviato di El Mundo Julio Fuentes e a due corrispondenti dell’agenzia Reuters, l’australiano Harry Burton e l’afghano Azizullah Haidari.

Nomi che fanno parte di quei 971 giornalisti morti dal 1992 ad oggi, di cui 90 solo nel 2012. La campagna #Adaywithoutnews è rivolta a tutti coloro che vi vorranno aderire, in particolar modo a chi lavora in questo campo. Si tratta in sostanza di sfruttare il web per diffondere in modo virale l’iniziativa con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica, i governi, le associazioni Ong a non abbassare mai l’attenzione su questo fenomeno, affinché vengano perseguiti gli assassini e venga coinvolta maggiormente l’opinione pubblica, anche e soprattutto in quei paesi in cui questi omicidi sono avvenuti.

Decidere di intraprendere carriera in qualità di reporter di guerra non è certo facile e più che una scelta si tratta di un’autentica vocazione: trovare notizie in queste zone rischiose, all’apparenza dense di news derivanti dal conflitto in corso, è molto più arduo di quanto si pensi, perché non ci si muove in un territorio sicuro e perché la propria funzione può essere facilmente manipolata in una realtà in cui non è sempre scontato distinguere il vero dal verosimile e dalla falsità. Inoltre perché fare il reporter di guerra, significa letteralmente “andare in guerra”, sebbene in questo caso ci si va con una divisa diversa che rende più inerme rispetto a chi è armato di tutto punto. La penna e le parole che ne scaturiscono possono fare molto male, ma nulla possono contro i proiettili.

Eppure pochi sanno quale sia l’utilità immensa di coloro che ricercano notizie in prima linea, che portano avanti questo lavoro faticoso ma importantissimo, per il valore dell’informazione, che prima di tutto è un diritto di ogni cittadino. Uno sforzo non sempre apprezzato: per esempio quanti tra voi, prima di leggere queste righe, si ricordavano chi fosse Marie Colvin?
http://vimeo.com/moogaloop.swf?clip_id=33536316&force_embed=1&server=vimeo.com&show_title=0&show_byline=0&show_portrait=0&color=cc0000&fullscreen=1&autoplay=0&loop=0