Dopo anni di attesa, finalmente è arrivato in Italia Spotify, l’innovativo servizio musicale “on demand” nato qualche anno fa e capace di offrire lo streaming, anche offline, di milioni di brani delle case discografiche più famose (tra cui Sony, Warner Music, Emi e Universal) e di alcune delle più importanti e interessanti labels indipendenti.
Nato nel 2008 dalla mente di due svedesi, Daniel Ek e Martin Lorentzon, fondatori della startup omonima Spotify AB con sede a Stoccolma, questo straordinario servizio ha saputo conquistare fin da subito il cuore e la fiducia di milioni di fans e appassionati di musica in tutto il mondo. Basti solo pensare che, a due anni dall’apertura del sito e della relativa app, Spotify aveva raggiunto l’incredibile cifra di 10 milioni di utenti iscritti, dei quali 2.5 milioni paganti. Un business non indifferente.
Oggi quelle cifre sono cresciute a dismisura, considerando anche l’azione di “conquista” intrapresa da Spotify in tutto il mondo, dall’Australia al Lussemburgo, dagli Stati Uniti all’Austria, passando per l’Irlanda, il Regno Unito e tantissimi altri Paesi. Il meccanismo di funzionamento è molto semplice e immediato: basta avere un account su Facebook o crearne uno direttamente dal sito (indicando una carta di credito o un account Paypal) e, dopo essersi collegati, si può iniziare a usare da subito il servizio.
Tre sono i livelli di abbonamento previsti: uno Free, che permette di ascoltare musica sul computer gratuitamente, con un limite di ore mensili (una soluzione resa possibile dagli advertising visivi e audio); uno Unlimited (4.99€ al mese), che permette di ascoltare musica sul computer senza alcun tipo di pubblicità; uno Premium (9.99€ al mese), che consente l’ascolto su tutti i dispositivi (non solo computer come gli altri due quindi, ma anche quelli mobile), senza pubblicità, con una qualità elevata e la possibilità di ascoltare offline i brani.

Una manna dal cielo per qualsiasi amante di musica, ma anche un aiuto prezioso offerto alle case discografiche, grandi o piccole che siano, per combattere la pirateria on-line. Eppure, al di là della grande innovazione che porta con sé, è necessario fare un ragionamento sul suo arrivo in Italia. Siamo davvero convinti che il nostro Paese sia pronto ad accogliere un servizio musicale di questa portata?
La risposta si pone a metà tra il “si” e il “no”: sicuramente era necessario portare Spotify in Italia, almeno per non rimanere indietro più di quanto non lo siamo su molti fronti e per cercare di soddisfare la sete di curiosità e di “consumo culturale” delle milioni di persone che ascoltano musica nel nostro Paese. Va anche considerato che alcuni artisti stanno iniziando a offrire servizi in esclusiva su Spotify, come ad esempio playlist personalizzate, e questo avrebbe comportato un forte gap rispetto agli altri Paesi.
C’è un “però”. Senza considerare l’account Premium, per utilizzare Spotify e sfruttarne le potenzialità, è necessario essere connessi in Rete. Va da sé che a usufruire di questo servizio sono soprattutto i giovani, quelli che hanno più dimestichezza col Web e che, soprattutto, sono affamati di musica. Gli stessi giovani che, in larghissima parte, utilizzano le classiche chiavette Internet delle compagnie di telefonia mobile per collegarsi in Rete, o perché sono spesso lontani da casa, o perché desiderano avere piena autonomia sulla gestione della propria linea.
Sfortunatamente, tutte le compagnie telefoniche impongono un tetto massimo di traffico mensile da usare, superato il quale la qualità del collegamento a Internet si riduce drasticamente ai livelli dei vecchi modem che si usavano all’inizio del nuovo millennio. Non è un mistero che l’Italia sia particolarmente arretrata sul fronte della diffusione della banda larga e delle reti wi-fi pubbliche, malgrado gli sforzi compiuti da grandi città metropolitane come Milano, Roma e Napoli.
Il “drammatico” risultato di questa constatazione è che utilizzare Spotify con una chiavetta internet può diventare un bel problema, per l’eccessivo consumo di banda che ne potrebbe derivare. Chi ha una chiavetta sa bene che, avendo quei 3 o 5 GB di traffico mensile, bisogna fare “risparmio” su tutto, a partire dai video che si vedono su Youtube. E quindi, per chi è davvero appassionato di musica, l’uso di Spotify potrebbe portare a qualche limitazione.

In realtà, Spotify è solo il pretesto per molti altri servizi audio basati sullo streaming audio: Soundcloud, Deezer, Grooveshark e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Se poi consideriamo anche altri servizi di intrattenimento digitale, come i video appunto, l’elenco non può che crescere ulteriormente.
La speranza è che questo problema possa trasformarsi in un “non-problema”, quando si affronterà di petto la questione della banda larga e della diffusione del wi-fi anche nel nostro Paese e quando, finalmente, finirà l’era del “Medioevo” digitale in cui ancora viviamo. In fondo, se Spotify va così forte in paesi come Olanda e Gran Bretagna, è anche perché c’è un buon sistema di infrastrutture in grado di saperlo valorizzare ai massimi livelli.
Ora più che mai, il nostro Paese ha bisogno di portare avanti un piano di sviluppo delle reti Web, che deve essere sentito come una priorità, e non come un elemento accessorio per la crescita dell’intero territorio. Che si chiami “Agenda digitale” o in un altro modo poco importa: l’Italia deve svegliarsi e iniziare a diffondere la cultura della “Rete libera per tutti”. Non ce lo chiede l’Europa, ma il buon senso e la ragione.