Non c’è bisogno di portare numerosi riferimenti per poter affermare che le condizioni in cui versa il nostro Paese sono quantomeno instabili: dalla politica ai mercati, alle riforme da attuare per fare in modo che altre riforme siano possibili, gli ultimi anni sono stati votati ad una variabilità che ha sostanzialmente modificato il modo in cui gli italiani pensano al loro futuro. A questo si aggiungano la grande diffusione di contratti di lavoro che, rispetto al passato, non garantiscono lunghe collaborazioni, una pennellata di tagli alla spesa pubblica ed ecco il quadro di riferimento in cui si iscrive il “caso” della dimensione abitativa.

Se è necessario partire da queste premesse, da questo scenario tutt’altro che roseo, è perché la dimensione abitativa non si limita al mero possesso di un immobile, ma ha forti ripercussioni su numerose variabili individuali e collettive. E anche se il fenomeno non è certo sconosciuto nel nostro Paese, le connotazioni che ha assunto negli ultimi anni, fanno sì che esso sia chiamato a rispondere di connessioni molto sottili. Alla questione abitativa sono state spesso rivolte attenzioni da parte dello Stato: già nel 1903 la cosiddetta “legge Luzzati” (251/1903) sanciva il diritto all’abitazione, agevolando, di fatto, la costruzione di case popolari, cui poi hanno fatto seguito numerose leggi che hanno di volta in volta ripreso ed affinato gli strumenti che il settore pubblico poteva utilizzare per favorire le fasce economicamente più deboli della popolazione e trovare alle famiglie che ne avevano i requisiti un’abitazione in cui risiedere.

Ad oggi però molte condizioni sono cambiate: prima di tutto è cambiata la compagine assegnataria degli alloggi, nella quale non compaiono più, com’è stato fino a poche decine d’anni fa, esclusivamente persone al di sotto della soglia di povertà, ma anche in buona parte di giovani, anziani, e famiglie monoreddito o in cui è presente un solo genitore. Questo dato è tutt’altro che trascurabile: da un lato esso testimonia l’acuirsi del marketfailure del libero mercato degli immobili (sia per l’affitto che per l’acquisto), dall’altro è invece un potente indicatore della situazione economica attuale, in cui è sempre più largo lo spread tra remunerazione del lavoro e potere d’acquisto. Altro cambiamento importante è invece legato a fenomeni prettamente demografici: il processo d’invecchiamento della popolazione, e, in misura minore, i flussi migratori intrastatali che hanno diviso gli individui dal nucleo familiare di origine, fanno sì che la popolazione degli inquilini di ERP (edilizia residenziale pubblica) gestiti da Romeo Gestioni nella città di Milano, siano costituiti per più del 30% da individui over 65.

Questi cambiamenti (strettamente legati alla dimensione abitativa) si inseriscono, tuttavia, in un contesto più ampio che si costituisce come dimensione culturale legata, in parte, ad una sempre maggiore consapevolezza in merito all’importanza di fattori intangibili per il benessere dei cittadini. Negli ultimi anni, infatti, le politiche di welfare, pur fondandosi su bisogni di natura fisica come, per l’appunto, la fornitura a prezzi calmierati di un’abitazione, prendono in considerazione anche quegli elementi non facilmente misurabili, ma dalla cui presenza o assenza è determinata la condizione di benessere dei cittadini. È secondo questa chiave che va letta la differenza tra le politiche abitative dei primi del novecento e le attuali strategie di Social Housing: non solo nuovi strumenti finanziari, come i fondi di risparmio pubblico/privati, ma anche politiche volte a limitare il rischio di esclusione sociale (non a caso parte dei fondi che finanziano il lavoro del Cecodhas, la Federazione Europea di Housing Pubblico, Cooperativo e Social, provengono dall’ESF, l’European Social Fund). Altro elemento di congiunzione tra le politiche abitative e altre politiche di sviluppo promosse dall’Unione Europea, riguarda l’aspetto tecnico dei criteri di costruzione, che rientrano a pieno titolo nella macro categoria della sostenibilità, la quale costituisce una priorità per il progetto “Europe 2020”, la strategia di sviluppo dell’Unione Europea per il presente decennio.

Esempi di queste ibridazioni sono riscontrabili sia nel quadro europeo sia nel nostro Paese, dove non mancano testimonianze di best practice in questo senso. E’ il caso di “Policity” promosso e realizzato dalla città di Torino, che già nel 2005 integrava le esigenze di social housing con quelle proposte dal “Power House Europe” (il progetto promosso dalla Commissione Europea in merito alla promozione del risparmio energetico nel settore civile) la cui realizzazione, che ha visto la collaborazione della comunità cui il progetto era destinato, ha premiato “lo sforzo di queste comunità di attuare una politica energetica integrata mediante interventi che combinano l’uso di fonti energetiche rinnovabili con tecnologie e sistemi innovativi per ridurre al minimo il consumo di energia”.
Altro esempio di estremo interesse in questo senso è rappresentato dall’iniziativa del Comune di Bologna di istituire una sede di Cohousing rivolto a giovani under 35, il cui fattore chiave di successo è costituito da “spazi comuni ai residenti, dedicati a servizi e attività che saranno individuati, resi funzionali ai bisogni e gestiti dai cohousers attraverso il percorso partecipato e la creazione di una carta dei valori condivisa”.
Analoghe direzioni sono prese anche in territorio comunitario, come dimostrano le storiche esperienze olandesi, con la città di Amsterdam che ha ricoperto una posizione pionieristica in questo senso, e come testimoniato anche alla recente esperienza belga, costituita da un progetto che, realizzato in un’ex-fabbrica di sapone della capitale, coniuga dimensione sostenibile, capacità di generare integrazione sociale, e attività legate ai processi di rigenerazione urbana.

Questi pochi esempi, certo non esaustivi per l’argomento oggetto d’indagine, riescono comunque ad evidenziare quanti e quali fattori siano legati alla questione della dimensione abitativa. Non si tratta (o almeno non più) di semplice mattone, ma dell’integrazione di politiche volte a migliorare la sensibilità su concetti quali efficienza energetica, integrazione culturale, riduzione del rischio di esclusione sociale. Limitare l’attenzione alla sola dimensione strutturale è un errore che potrebbe portare a notevoli distorsioni, tutt’altro che intellettuali.