E’ di questi giorni la notizia che Venezia rinuncia a partecipare alla sfida per aggiudicarsi il prestigioso titolo di Capitale Europea della Cultura per il 2019. A renderlo noto è stato lo stesso sindaco Giorgio Orsoni sul quotidiano La Stampa, che ha prestato le sue pagine anche ad una replica di Filiberto Zovico, editore di Nordesteuropa, perplesso e quasi incredulo di fronte alla scelta del primo cittadino.
Orsoni spiega che, pur vincendo, la città non trarrebbe alcun beneficio. Niente soldi, insomma, ma spese per i preparativi e altri turisti, di cui Venezia non ha bisogno: i musei sono affollati di Italiani e stranieri bramosi di vedere i suoi gioielli, il Ponte dei Sospiri è gravato dal peso di centinaia e centinaia di persone che lo calcano tutti i giorni. Queste le ragioni del sindaco veneziano.
Tutti d’accordo sul fatto che Venezia sia già una meta ambitissima, ma davvero essere Capitale della Cultura non porterebbe alcun vantaggio, anche in termini economici? L’Unione Europea contribuisce con un premio alle città vincitrici del suo bando: un milione e cinquecentomila euro, a patto che siano rispettati i termini del concorso e che la città elabori un progetto rappresentativo di sé, dei suoi cittadini e della sua appartenenza all’Unione. Le priorità della Capitale della Cultura, inoltre, diventerebbero nazionali; la Serenissima vedrebbe un ulteriore aumento di turisti, ma si attiverebbero anche contributi privati per la realizzazione dei programmi. Il fermento culturale farebbe nascere poi nuove imprese specializzate nel settore. Istanbul, Capitale della Cultura 2010, ad esempio, ha registrato un sostanzioso incremento di queste attività.
Forse non ci sarebbe un subitaneo ritorno di denaro, ma un durevole investimento nel tempo sì. I benefici sul lungo periodo per la città lagunare sarebbero molteplici. Oltre a essere una grande occasione per ribadire la propria unicità, Venezia potrebbe evidenziare anche il suo ruolo di città culturale in tutto il mondo. Vincere il bando per il 2019 significherebbe ribadire ulteriormente la sua appartenenza all’Unione Europea, consacrandosi come luogo di conoscenza, dando al contempo una forte spinta al settore culturale di tutto il nord-est, con cui peraltro Venezia si presentava in questa competizione.
Ora in gioco rimangono gioielli come Ravenna, Matera, Siena, Palermo, Perugia-Assisi e Torino (che compare sempre più spesso tra le città culturalmente attive e attrattive). Rivali di gran calibro ma, per Venezia, il dossier al quale stava già lavorando, a giudizio di molti, avrebbe rappresentato una forte opportunità di vittoria. Non è tuttavia detta l’ultima parola, che spetta al Consiglio comunale locale, sebbene la decisione appaia definitiva. Per ora le favorite sembrano essere Ravenna, che da questo dietro front ha guadagnato un buon vantaggio, e Matera.
La città bizantina sta sviluppando, in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna, la sua programmazione, in cui punta a inglobare le attività culturali già presenti sul territorio.
Matera, invece, si rivolge alla scuola e agli studenti come “ambasciatori e mediatori tra la candidatura, le famiglie e i progetti che proporremo”, dice Paolo Verri, direttore del comitato Matera 2019, in un’intervista ad Artribune. Lo stesso Verri sottolinea anche come la città sia cuore pulsante di un sud Italia, meritevole di maggiore visibilità.
In quest’ottica vivace e propositiva forse Orsoni farebbe bene a rivalutare la sua posizione, almeno ce lo auguriamo.
Non rimane che dire vinca la migliore e che questa ‘sfida’ si trasformi in qualcosa di più ampio, valicando i confini cittadini e regionali per arrivare a mostrare le eccellenze italiane all’Europa e al mondo intero, imprimendo nuova energia e vitalità al nostro ricchissimo patrimonio culturale.

 

Foto “Il ferro di prua” di Daniele Frediani