L’incendio che ha distrutto la Città della Scienza di Napoli ha lasciato tutti di sasso. Dopo ormai più di tre mesi, si parla di un piano per ricostruire questo importante spazio culturale, ma i punti interrogativi sono molti per una vicenda che appare davvero complessa. Ci spiega il suo punto di vista Daniele Pitteri, giornalista e docente napoletano, che di tale questione parla da cittadino ed esperto culturale.

 

La Città della Scienza è caduta tra le fiamme di un rogo doloso. Che idea si è fatto riguardo il movente di tale azione?
Questo sinceramente proprio non lo so. Mi pare appurato il fatto che l’incendio sia stato doloso, anche a quanto si apprende dalle cronache. Quella di Bagnoli è una zona particolare dove sono accaduti già in passato episodi strani, ma mai a questo livello. Non saprei dire se si tratta di malavita organizzata, di qualche piccolo gruppo locale con interessi particolari, come lo sfruttamento della spiaggia. Ma non mi posso sbilanciare.

Quale valore ha per Napoli la Città della Scienza?
Non c’è dubbio che la Città della Scienza abbia rappresentato sin dagli inizi, quando nacque l’evento Futuro Remoto, da cui poi è scaturita l’idea di una Città della Scienza come luogo permanente, l’intrusione positiva della tecnologia e delle scienze nel contesto napoletano, aperto ad un pubblico vasto. I cittadini si sono poco alla volta abituati, attraverso Futuro Remoto prima e la Città della Scienza poi, ad avere un rapporto con queste tematiche sicuramente diverso rispetto al passato. Testimoni di ciò sono soprattutto le scolaresche e i bambini, essendosi formati attraverso la Città della Scienza, divenuto elemento fondamentale della loro crescita e sviluppo.
Questo spazio ha dunque un grande valore simbolico, poiché ha contribuito ad educare le generazioni future che tra qualche anno entreranno nel mondo del lavoro e si assumeranno determinate responsabilità.
C’è da dire che Napoli vanta in realtà una presenza cospicua di scienza, ma non è mai stata percepita: abbiamo il MARS, la stazione zoologica Anton Dohrn, c’è una forte tradizione di ricerca, ma trattandosi di laboratori specialistici e avanzati, sono sempre risultati poco noti. Con la Città della Scienza c’è stata invece una volontà di comunicare e far incontrare tale tematiche alla cittadinanza.

Come giudica le iniziative volte a raccogliere fondi per la ricostruzione?
Sicuramente c’è stata una corsa alla solidarietà. Sono state molte le iniziative e tante sono ancora in corso, attivate da molte parti. Devo dire che, essendo stata una ferita per il cuore di Napoli, i cittadini hanno per primi organizzato manifestazioni sul luogo del rogo, da cui hanno preso via diverse raccolte fondi. C’è stato un grande impegno da parte di tanti soggetti anche diversi tra loro. Sinceramente però ritengo che un luogo come la Città della Scienza non debba essere ricostruito attraverso finanziamenti volontari, ma deve essere una priorità dell’ente di governo, e non tanto di quelli locali, ma di quello nazionale.
Va bene che cominci a diffondersi nel nostro Paese l’idea che si possa sostenere dal basso, attraverso il proprio contributo, anche economico, la costruzione e il mantenimento di luoghi di cultura, ma non è questo il caso. Qui è evidente che la raccolta fondi è tutto basata sulla spinta solidaristica ed emozionale, e non può essere l’unica soluzione.

La commissione interistituzionale preposta ha avanzato l’ipotesi di una ricostruzione mista per questo spazio, edificando in parte su aree già presenti e in parte su nuove mai edificate, al fianco del Museo Corporea. Ritiene che sia effettivamente la soluzione da preferire? Che ne sarà dello spazio delle ex acciaierie?
La questione è molto complessa perché la Città della Scienza è indubbiamente legata a quel luogo di Napoli, e dunque ha una forte localizzazione: è l’unica testimonianza di trasformazione da 25 anni, avendo visto la conversione di quella che era un’area industriale di Bagnoli, dove risiedevano le fabbriche dell’Italsider, in una realtà culturale.
In realtà la Città della Scienza non doveva trovarsi lì perché non previsto dal Piano Regolatore, tanto che inizialmente si parlava di una collocazione provvisoria.
Nella zona di Bagnoli persiste poi un problema di bonifica, sul lato mare, andando verso nord. C’è inoltre una società di gestione che è Bagnoli Futura, ora in dismissione, con buchi di bilancio gravi, la quale ha seguito attività di recupero sulle ex-aree industriali, che tuttavia non sono andate in porto. C’è un grande auditorium mai entrato in funzione, come del resto la spa; si è conclusa la ristrutturazione di grandi settori che dovrebbero essere adibiti ad acquario per specie marine, ma è rimasto tutto fermo: la gara è andata deserta perché è folle la cifra richiesta per dare in concessione gli spazi, per di più per un tempo brevissimo.
C’è un sistema complessivo della zona che va ripensato, prendendosi responsabilità serie: basti pensare che alcune bonifiche sono state interrotte perché gli operatori locali dovevano aprire gli stabilimenti balneari, lì dove non era possibile a causa delle sabbie inquinate.
E’ fuor di dubbio che un pensiero strategico su quell’area comprenda anche decisioni inerenti la Città della Scienza: è bene dunque seguire vie coordinate. Non ha senso scindere il destino del museo con quello dell’area. Alcuni errori fatti nel passato dovrebbero essere ora, in queste circostanze sfortunate, corretti.

La ricostruzione sarà un grande banco di prova per Napoli, per gli enti locali e le istituzioni preposte. Pensa che saranno in grado di cogliere la sfida?
La ricostruzione della Città della Scienza, anche per come è stata distrutta, deve essere una priorità nazionale dello Stato italiano, sebbene sicuramente in collaborazione con gli enti locali.
Purtroppo però così non sarà, perché sappiamo che l’attenzione degli ultimi governi, e questo nuovo non mi sembra distanziarsene troppo, è bassa nei confronti della cultura: continueremo ad avere quello 0,2% del PIL rivolto al settore. Questo mi lascia poco speranzoso che una ricostruzione della Città della Scienza avverrà presto e in modo corretto.
Gli enti locali poi non hanno un’idea di politica culturale: il Comune di Napoli e la Regione Campania seguono indirizzi anche conflittuali tra loro. Il sindaco De Magistris ha dimostrato di non avere una visione al riguardo perché di fatto ci troviamo con un’amministrazione comunale schizzofrenica che punta tutto in maniera non programmatica, su eventi singoli come l’America’s Cup, il Giro d’Italia, facendo investimenti che non rimangono a livello infrastrutturale sul territorio. Dall’altra parte c’è un assessore alla cultura, con ben poca voce in capitolo, che invece pensa ad un’azione di coinvolgimento della cittadinanza dal basso, interpellando direttamente gli operatori, ma che si scontra con il sindaco.
Temo dunque che le istituzioni non saranno in grado di ricostruire la Città della Scienza, la quale si rivelerà l’ennesimo fallimento. Le estreme difficoltà economiche inducono inoltre a non prospettarsi nulla di buono.

Non c’è il pericolo che avvenga un’intromissione della malavita organizzata nella ricostruzione della Città della Scienza?
Questo è un rischio costante. La camorra bada soprattutto a fare business, piuttosto che a controllare il territorio, perciò un’operazione del genere, se mai ci fossero soldi, farà gola.
Il motivo del rogo non lo conosco, ma molti sono i punti interrogativi, alcuni davvero assurdi: c’è chi persino parla che possa essere stato qualcuno dall’interno, visto che il personale non percepiva da tempo gli stipendi e c’erano malcontenti. La situazione è davvero ingarbugliata. Non sto manifestando alcun sospetto, ma sto dicendo che sul nostro territorio si sono verificate strane connivenze tra diverse componenti, di tipo sociale, politico, ecc, teoricamente lontanissime dalla matrice malavitosa, in cui però si sono manifestate intrusioni e collaborazioni. Purtroppo siamo dinnanzi ad una serie di scenari molto aperti e variegati.
Dal punto di vista civico è dilaniante, perché non ci si può affidare alle iniziative dei singoli.
La Città della Scienza ha avuto come promotore principale un uomo, lo scienziato Silvestrini, da molti ritenuto ingombrante, che però, grazie alla sua capacità di relazione, ha saputo mettere a tavolino diverse parti istituzionali, contribuendo alla nascita di questo spazio. Le capacità di dialogo che questa organizzazione, con il tempo, è riuscita a creare, sono l’unica speranza che possa rinascere qualcosa di buono con un minimo di senso. Da un punto di vista istituzionale sarebbe però un altro fallimento, perché vorrebbe dire che gli organismi di governo sono incapaci di agire da sé.