Le pietre del popolo (minimum fax, pp 164 , 12 euro), il libro appena uscito di Tomaso Montanari, storico dell’arte e collaboratore di diversi quotidiani, fa luce in modo chiarissimo sullo stato attuale delle idee prevalenti dell’uso che facciamo dei nostri beni culturali. E ci lascia di stucco. Come uno specchio che si assumesse la briga di restituire l’immagine del nostro modo di pensare e non solo quella del corpo con il vestito che ci mettiamo addosso.
Perché Matteo Renzi, sindaco di Firenze, lascia che si chiuda la Galleria degli Uffizi per permettere alla star Madonna di visitarla in santa pace? E’ solo provincialismo o nasconde un pensiero più profondo? Perché ha fatto trapanare gli affreschi della più grande sala civica del Palazzo comunale sperando, contro ogni evidenza scientifica, di trovare un capolavoro che avrebbe dato lustro alla sua immagine personale?
Tra Firenze, Venezia, Roma, Napoli e Milano, il percorso che condividiamo con l’autore non parla solo dei nefasti tagli ai finanziamenti culturali. Né si sofferma sulla discussione – ormai a tratti stucchevole – sul contributo che i privati possono dare alla tutela e alla valorizzazione del nostro patrimonio culturale. Ma va più a fondo.

Denuncia la perdita di senso dello spazio pubblico che ha a che fare con la perdita della dimensione etica e civile della nostra storia culturale e quindi della nostra società. Tutto sembra muoversi tra due opposti che raggiungono lo stesso risultato pratico: i beni culturali sono abbandonati al degrado oppure sono “venduti” ai turisti e ai privati. Nel primo caso, come nel secondo, sono sottratti ai cittadini, gli unici che potrebbero garantirne una fruizione consapevole e critica che ne influenzerebbe anche il senso profondo.

Le attività civiche , ci ricorda l’autore, “sono state espulse da chiese, parchi e palazzi storici (…) mentre immobili monumentali vengono incessantemente alienati a privati, che li chiudono o li trasformano in attrazioni turistiche”.
Nel viaggio attraverso i fatti che ci propone il libro, ci imbattiamo nel grottesco tentativo di Alemanno di far fare sci da fondo al Circo Massimo. Vediamo pezzi di Venezia venduti a privati che ci fanno exibition room per i loro atelier. Ci ricordiamo del Ministro Bondi che affida a un manager di Mc Donald la direzione generale per la valorizzazione dei beni culturali. Leggiamo di somme significative di soldi pubblici spesi per eventi assai poco probabili e sottratti , per questo, alla tutela di chiese, palazzi e siti archeologici.

Il tutto condito da politiche di “bonifica” dei centri storici da cui sono espulsi i meno abbienti e in cui il “decoro” è interpretato solo in chiave di ordine pubblico.
Ma la giostra suicida continua ancora oggi. Non abbiamo più bisogno del libro per vedere come il sindaco di Roma Alemanno usi il Colosseo, contro il parere della Sovrintendenza, per i suoi comizi o come la Reggia di Caserta sia invasa ogni domenica da folle che non hanno alcuna cognizione del luogo dove si fermano a fare pici nic.
Tutto in nome della percezione che la cultura sia “il nostro petrolio” come diceva una definizione poco felice degli anni Ottanta e che l’autore cita nella sua premessa.
D’altra parte è pur vero che dal dopoguerra ad oggi la relazione degli italiani con il turismo da un lato e con lo spazio pubblico dall’altro sia sempre stata attraversata da forti ambiguità. I film della migliore commedia all’italiana hanno sempre rappresentato i turisti come poveri idioti a fronte di abitanti scaltri e intraprendenti. Il risultato finale è che abbiamo venduto le nostre cose più preziose. Le cose di tutti che appartengono alla nostra storia quindi al senso della nostra vita comune (forse pensavamo non servissero … ), ma in questo atto abbiamo venduto anche la nostra anima.