Si è aperta ufficialmente al grande pubblico lo scorso 1 giugno la 55 edizione della Biennale d’Arte di Venezia, quest’anno sotto la supervisione di Massimiliano Gioni – classe 1973 – che a soli 39 anni è il più giovane curatore che la kermesse veneziana abbia mai avuto.

Tre giorni frenetici di inaugurazione dove stampa e addetti ai lavori hanno potuto in anteprima visitare la mostra “Il Palazzo Enciclopedico”, gli 88 padiglioni nazionali, e tutti gli eventi collaterali, per un totale di circa 200 eventi in sole 48 ore.

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10 le nuove partecipazioni nazionali – Angola, Bahamas, Regno del Bahrain, Costa d’Avorio, Repubblica del Kosovo, Kuwait, Maldives, Paraguay, Tuvalu, Santa Sede – e proprio a una di queste, l’Angola, è stato assegnato il Leone d’Oro come migliore partecipazione nazionale, insieme al Leone d’Oro per migliore artista della mostra “Il Palazzo Enciclopedico” al performer britannico Tino Sehgal, e al Leone d’Argento alla francese Camille Henrot come migliore artista emergente. Quattro le menzioni speciali: a Sharon Hayes (USA), Roberto Cuoghi (Italia), ai Padiglioni Cipro e Lituania e al Padiglione del Giappone. Due Leoni d’Oro alla carriera per Marisa Merz e Maria Lassnig.
Per continuare con i numeri, 158 sono gli artisti invitati da Gioni per il suo Palazzo Enciclopedico, di cui 120 per la prima volta in questo contesto e 40 artisti non più viventi. Una “mostra all’interno della mostra” curata da Cindy Sherman, alle Corderie dell’Arsenale, con opere di oltre 30 artisti, che mettono in scena un suo personale museo immaginario in cui le immagini riflettono le diverse rappresentazioni e percezioni che l’uomo ha di sé.

“0-0, la partita perfetta, entrambe le squadre giocano così bene, senza errori, che segnare è impossibile”, scrive Francesco Bonami in un articolo pubblicato dal quotidiano La Stampa il 27 maggio, “la 55/ma Biennale d’arte curata da Massimiliano Gioni, 39 anni, sarà una Biennale perfetta. Uno 0-0 spettacolare. Senza goal e senza errori”. Opinione confermata appieno anche dopo la vernice in un’intervista sempre per lo stesso quotidiano a Rocco Moliterni, dove omaggia anche il Padiglione italiano di Bartolomeo Pietromarchi che, dopo due edizioni buie, riesce finalmente a avere una mostra dove “le diverse generazioni si confondono in modo eccezionale”. Bocciati invece sempre da Bonami Marc Quinn e Ai Weiwei, “indecente” il primo e “offensivo” il secondo “nei confronti di coloro che in galera marciscono senza nessuna possibilità di farci inorridire”.

 

Apprezzato Pietromarchi anche da Francesco Poli, secondo il quale Vice Versa è “un ideale viaggio attraverso l’arte italiana contemporanea scandito attraverso sette stanze in cui dialogano fra loro, a coppie, quattordici artisti di varie generazioni, vecchi (anche scomparsi) e giovani, maestri e emergenti. È una variegata e problematica partitura espositiva incentrata su significativi temi culturali, sociali e politici , sempre nel segno della qualità e dell’impegno etico e estetico. E in questi tempi in Italia, non è poco” (da La Stampa, 3 giugno 2013).

Una delle principali testate di settore, Artribune, inserisce il Padiglione italiano tra i sette top nell’articolo pubblicato nel sito web il 2 giugno “Biennale Updates: top e flop. Le sette cose migliori e le sette peggiori a Venezia secondo il nostro insindacabile giudizio”, dove è apprezzata anche l’operazione di crowdfounding che ha permesso agli artisti di “confrontarsi con la possibilità di avere reali risorse per la produzione”. Suggerimento per il futuro dalla redazione di Tonelli: non presentare un padiglione nazionale con grandi collettive, ma puntare piuttosto su un impatto immediato con uno o due artisti, così come fanno i padiglioni “big” quali Germania, Francia, USA e UK, ma anche Spagna, Belgio, Olanda, Austria, Svizzera e Canada.

 

Massimiliano Gioni e il suo “Palazzo Enciclopedico” hanno ottenuto larghi consensi. L’edizione web del Giornale dell’Arte ha pubblicato una serie di interviste a cura di Melania Lunazzi, dalle quali si evince un generale apprezzamento di questa edizione: secondo Luca Beatrice – curatore del padiglione italiano nel 2009 – la mostra “ha funzionato rispetto alle altre edizioni e rappresenta una svolta. Non c’è più un apparato di star e di superstar. E’ una mostra curatoriale con una fortissima impronta personale da parte del curatore stesso”; Achille Bonito Oliva invece apprezza la “performatività critica” di Gioni, intesa “non come manutenzione del presente ma come interpretazione, come visione del mondo. Una critica che ha la capacità di utilizzare anche la memoria e la citazione con un’attrezzatura che è frutto della postmodernità; Angela Vettese invece trova nella Biennale di Gioni molto irrazionalismo a partire dalla scelta di inserire Jung e Steiner, “campioni nella perdita di fiducia nella logica. È facile che in periodi come questi, in cui tutto sta cambiando, ci si rivolga un giorno all’astrologia, un giorno ai tarocchi (che sono presenti in mostra in una delle loro versioni più esoteriche) un giorno alla psicanalisi, che è una splendida teoria, ma è una delle visioni del mondo non del tutto incentrata sul valore della Ragione con la erre maiuscola.”

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A dare una valutazione decisamente negativa è, sempre dall’edizione web del Giornale dell’Arte, Gillo Dorlfles secondo il quale l’aspetto filosofico e ideologico ha penalizzato la nuova pittura: “è molto interessante vedere i disegni di Steiner o le tavole di Jung però delle pitture e dei nuovi pittori non c’è neanche l’ombra.” “Qui c’è la volontà di non esporre la pittura per dare più spazio a delle idee. Le idee sono certo molto importanti, ma hanno ben poco a che fare con la Biennale. […] Non ho visto nessun artista che mi abbia colpito. Se Biennale deve essere, deve esserlo biennale delle arti contemporanee. Se la pittura e la scultura sono scomparse tanto vale chiudere la Biennale”.

Passando invece ai padiglioni nazionali, a giudicare anche dalle file d’attesa che si presentavano davanti gli ingressi durante i tre giorni di preview, grande attesa c’era per la Francia e la Germania, che quest’anno, in occasione della celebrazione dei cinquant’anni del Trattato dell’Eliseo tra i due paesi, si sono scambiate i padiglioni. La prima, tra le favorite inizialmente per il Leone d’Oro, ha presentato il lavoro di Anri Sala; il padiglione tedesco una collettiva di quattro artisti: Romuald Karmakar, Santu Mofokeng, Dayanita Singh, e guest star Ai Weiwei che oltre al contrappunto di Bonami trova riscontro negativo anche su Artribune secondo cui l’installazione “pare replicare plot già stravisti, un’accumulazione di sgabelli non troppo dissimile anche a quella di biciclette di recente alla Galleria Continua…”.
L’ironia patriottica del Padiglione della Gran Bretagna di Jeremy Deller è stata esaltata da Anna Luppi in un articolo de Il Fatto Quotidiano pubblicato il 3 giugno on line: “Musica super e animali – uccelli rapaci vivi ma in pericolo- protagonisti anche nel mio favorito – e non premiato!- video dell’artista Jeremy Deller al padiglione della Gran Bretagna. Qui ti accoglie la buona vecchia idea sociale dell’arte. Con tono apparentemente leggero e colorato e con tecnica ineccepibile Deller mette in campo la ”mitica qualità della cultura popolare inglese e la sua abilità creativa specialmente nella musica”. E poi giù a menare fendenti a destra e a manca contro il neoliberismo, quello che l’artista chiama la congiura di Blair, Harry e Abramovic. E si inventa una magica vendetta di un William Morris redivivo che affonda l’arrogante yacht del magnate russo. La mega orchestra fatta di gente comune, arrivata per l’inaugurazione, che suona la colonna sonora del video, registrata nei mitici studi di Abbey Road, è travolgente. E ti offrono pure un tè squisito in una verandina amena che non si era mai vista nel serioso padiglione neoclassico. Esci di lì divertita indignata e commossa. Lunga vita all’Inghilterra!”; ma c’è anche chi non l’ha apprezzato come Elena del Drago, conduttrice del programma radiofonico A3 che su La Stampa scrive: “Odio e amore dunque, condensati in disegni, foto memorabilia e immagini simboliche dove se l’eroe è un David Bowie immortalato in tournée di molti anni fa, i cattivi sono il principe Harry e l’oligarca Roman Abramovic. A rendere particolarmente avvilente l’insieme è poi l’allestimento che sembra disinteressarsi del possibile coinvolgimento del pubblico, rinfrancato però, alla fine della visita, da un angolo dove prendere il tè. Come sarebbe potuto mancare?”.

Lo Speciale Biennale dell’ultimo numero di Exibart infine mette in evidenza la poesia del Padiglione Coreano, l’attualità di quello Iracheno, la visionarietà di Sarah Sze per il Padiglione americano, e l’intento esplorativo di Kaspars Podnieks e Kriss Salmanis per il Padiglione della Lettonia.

Alta affluenza, curiosità e molti apprezzamenti anche per l’eccezionale partecipazione della Santa Sede, il cui padiglione è stato curato dal direttore dei Musei Vaticani Antonio Paolucci, e per la sorprendente opera di Alfredo Jaar al Padiglione del Cile, anche questo inizialmente tra i favoriti per il Leone d’Oro. Inaspettata e in gran parte condivisa anche la vittoria dell’Angola, il cui padiglione allestito a Palazzo Cini vede come protagonista Edson Chagas che ha fatto una reintepretazione personale del tema proposto da Massimiliano Gioni riadattandolo a “Luanda, Encyclopedic City”.
Forse è ancora troppo presto per dirlo, ma da una prima ricognizione sembrerebbero promossi sia Gioni alla direzione della Biennale, che Pietromarchi alla direzione del Padiglione italiano. Promosso anche il Leone d’Oro al miglior Padiglione Nazionale, mentre sulla premiazione di Tino Sehgal si è acceso un dibattito che sta dividendo la critica.
Questo un primo excursus delle varie opinioni da parte degli addetti ai lavori sulla Biennale di Venezia 2013, a pochi giorni dalla chiusura della vernice. Quale sarà ora l’impressione del grande pubblico?

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