formazionemichRagioniamo per un attimo sulla formazione post-laurea in economia e management della cultura (possiamo aggiungere marketing, fundraising, comunicazione e tutti i comparti appealing del fare cultura). I corsi non mancano, e sotto una varietà di etichette raccolgono laureati e giovani professionisti in cerca di una corretta ibridazione tra discipline umanistiche e approcci gestionali.

Non è forse colpa di nessuno, ma l’atmosfera dominante è pervasa dalla percezione che i corsi forniscano strumenti oggettivi per risolvere problemi, ossia essenzialmente per trovare fondi; che i testimoni scelti come docenti possano insegnare trucchi inoppugnabili per sopravvivere in un eco-sistema ostile; che il tirocinio in aziende e organizzazioni attive nel sistema culturale rappresenti in sostanza la via d’accesso al lavoro, trasformando uno stage in un contratto possibilmente a tempo indeterminato.

Ora, valutare la qualità e l’efficacia dei corsi – per quanto numerosi e in buona parte eterogenei – certo non spetta a chi partecipa da entrambi i versanti: sarà il tempo a rivelare quali possano essere le aree di perfettibilità di ciascuna iniziativa formativa; va detto che in media ogni corso è ben consapevole di doversi misurare con la realtà ed è incline ad apportare le necessarie modifiche per risultare più efficace e credibile.

Una cosa che però nessuno ha il fegato di ammettere è che il corso non può trasformare i discenti in manager di successo solo per il fatto di aver seguito diligentemente serie e importanti lezioni ed esperienze: una classe è formata da individui diversi per formazione, per orientamento e per capacità di affrontare il mondo professionale. Certo, un corso facilita l’apprendimento e la metabolizzazione di approcci e strumenti, ma non può rendere automatico il percorso dall’istruzione al lavoro.

Prima che l’aura del politically correct mettesse in frigo molti concetti e altrettante parole, si parlava di studenti brillanti, di studenti lenti o complessi, e così via. Per quanto i termini che rivelano un giudizio possano suonare antipatici e vadano pertanto usati con molta parsimonia evitando di etichettare le persone, si può tuttavia concordare sul fatto che chi affronta un buon corso da una posizione dotata di visione, capace di flessibilità e priva di pregiudizi con ogni probabilità ne potrà trarre il massimo beneficio.

Sarebbe dunque opportuno che i protocolli formativi mettessero l’accento sulla propria capacità di fertilizzare delle risorse dinamiche, purché le stesse risorse non si aspettassero una miracolosa metamorfosi. Si può anche sottolineare che di norma sono proprio i discenti più pigri e scettici a pretendere che il corso risolva i problemi del proprio orizzonte professionale; e sono quelli che si arrabbiano di più quando si trovano ad affrontare un mondo complicato e renitente a meccanismi a buon mercato (il mio progetto è bello, quindi finanziami; ho un pubblico numeroso, quindi sponsorizzami, e così indefinitamente).

La formazione dovrebbe servire a insegnare come si impara: metodi più che contenuti, approcci più che trucchi. Forse è il momento di abbandonare l’illusione del problem solving e corteggiare con delicata serietà il territorio del problem facing.