digitalagendaParticolare attenzione viene rivolta in questi giorni all’azione di governo conclusasi con l’elaborazione del cosiddetto “Decreto Fare”. Allo stato attuale, non è ancora disponibile una bozza del decreto, che è in fase di elaborazione a seguito delle modifiche apportate. Il solo materiale disponibile è un comunicato stampa diramato dalla Segreteria della Presidenza del Consiglio.
Questo decreto rappresenta il primo vero risultato del governo Letta e tiene conto delle raccomandazioni che il Consiglio Superiore Europeo ha indirizzato al governo italiano in data 29 maggio 2013.

Tra le numerose tematiche affrontate, ha suscitato notevole interesse quella relativa al rispolvero dell’Agenda Digitale.
Com’è già stato sottolineato in tempi non sospetti da Tafter, l’Agenda Digitale è un progetto molto più ambizioso e complesso di quanto si possa intuire dai resoconti della stampa nazionale. La Digital Agenda è, infatti, una delle iniziative faro promosse dall’Unione Europea per l’attuazione della strategia di sviluppo Europe 2020, che fissa obiettivi, strumenti e desiderata da raggiungere entro la scadenza dell’attuale decennio.
La piena attuazione della Digital Agenda prevede la realizzazione di 101 azioni legate a 7 tematiche principali (pillar) che spaziano dal mercato unico digitale alla interoperabilità e creazione di standard, dalla sicurezza alla realizzazione di reti veloci e ultra-veloci, passando per ricerca & innovazione, inclusione digitale e sviluppo di competenze digitali, al fine di rendere le tecnologie digitali utili alla società europea.
Nella fattispecie, i punti su cui il nostro governo si è pronunciato rispondono, stando a quanto asserisce il comunicato stampa, a tre attività principali: la costituzione di un domicilio digitale, così come quella del fascicolo sanitario elettronico, e all’offerta di wi-fi pubblico e “libero come in Europa”.
Oltre a questi interventi operativi è stata inoltre realizzata un’agenzia per l’agenda digitale ed è stata espressa la volontà di Razionalizzazione dei Centri di Elaborazione dei Dati.

Questi interventi sono la risposta (anche se non concreta) alla raccomandazione che il Consiglio Superiore Europeo ha espresso, sia pur sinteticamente, nel documento ufficiale rivolto all’Italia. L’intento è piuttosto chiaro: rendere il wi-fi pubblico più user-friendly dovrebbe rispondere sia agli obiettivi fissati nel contesto della strategia europea sia al fine di “potenziamento delle comunicazioni a banda larga, tra l’altro al fine di superare le disparità tra nord e sud”, espressa dal consiglio.
La realtà è tuttavia alquanto differente, e pone un problema di trade-off tra facilità d’utilizzo e sicurezza del wi-fi pubblico. Dato che entrambi i princìpi sono inseriti all’interno delle azioni contemplate dalla Digital Agenda, la possibilità che uno dei due sovrasti l’altro è da escludere.

Ma approfondiamo l’argomento: il Decreto Fare, nel caso rimanga coerente con il comunicato che ne anticipa i punti, libera l’utilizzo del wi-fi pubblico dall’obbligo di inserimento, ad ogni utilizzo, delle credenziali d’accesso, a patto che il gestore continui a poter identificare di fatto l’utente attraverso la lettura del codice MAC. Questo codice è il codice di identificazione univoco che le aziende assegnano a ciascun esemplare dei propri prodotti, e pertanto potrebbe essere una comoda soluzione per identificare, senza gravare sulla facilità di utilizzo, l’utente di un determinato servizio.
Il condizionale è però d’obbligo perché in rete sono disponibili numerosi software in grado di modificare il MAC. Questo renderebbe facilmente falsificabili le credenziali d’accesso, e ciò sarebbe nettamente in contrasto con quei princìpi di sicurezza che fanno da contraltare allo sviluppo delle NGA.

La questione, piuttosto delicata, non è sicuramente di facile soluzione in quanto in capo ai gestori della rete grava la responsabilità penale per i reati commessi dagli utenti non identificabili. Lo stallo legislativo ed attuativo che potrebbe derivare da questa dicotomia è un rischio che l’Italia non può assolutamente sottovalutare. La ratio di tale interesse verso il wi-fi è da attribuire alla posizione non certo entusiasmante che il nostro Paese occupa nella distribuzione di accesso alle reti di ultima generazione (NGA), presentando, nel report del 2013, una copertura del 14% contro quella  la media del 53% degli altri Stati dell’Unione.

Scorrendo gli altri dati, tutt’altro che rosei, che riguardano il nostro Paese in termini di agenda digitale, è possibile inoltre capire la ragione di un altro provvedimento menzionato dal decreto: la semplificazione della procedura per ottenere una casella di posta elettronica certificata con la quale avere un contatto con la Pubblica Amministrazione, dovrebbe servire a migliorare la casistica delle interazioni tra amministrazione e cittadini in materia di eGovernment.
In questo campo, infatti, l’Italia rappresenta (ma ormai questa è prassi) un vero e proprio paradosso: da un lato siamo tra i Paesi Guida dell’Unione in merito a servizi di eGovernment offerti ai cittadini, dall’altro il fanalino di coda della classifica che misura i reali contatti che intercorrono tra la macchina statale e le persone che amministra. Forse un numero più alto di persone in possesso dei requisiti digitali necessari ad avviare un contatto con la P.A. potrebbe migliorare la posizione che l’Italia ricopre in questo frangente, ma è evidente che non si tratta di soli mezzi tecnici quanto piuttosto di una cultura, quella italiana, che da un lato si manifesta poco digitalizzata e dall’altro anche meno incline al colloquio con i propri governanti.
Non è certo un caso che il disinteresse politico mostrato dalle sempre più basse percentuali di partecipazione al voto si manifesti anche in questo frangente.

Forse, più che di piccoli escamotage messi in atto per raggiungere i livelli imposti dall’Unione Europa, l’Italia ha bisogno di politiche credibili e fondate, che abbiano l’obiettivo di trasformare realmente il tessuto sociale di questa Nazione: ma questa è tutta un’altra storia.