campidoglioIn queste ore (mercoledì 26 giugno 2013), circola con discreta insistenza, anzi viene accreditata come sicura, l’ipotesi che Flavia Barca, direttrice dell’Istituto di Economia dei Media (Iem) della Fondazione Rosselli (potente fondazione di ricerca, che vanta – per citarne soltanto un paio tra i più noti – Amato e Urbani tra i propri sostenitori), venga nominata dal neo Sindaco di Roma Ignazio Marino come Assessore alla Cultura. La Giunta Marino verrà presentata oggi alle 18 in Campidoglio, ponendo finalmente fine ad una lunga e travagliata gestazione.

Rivolgiamo alla Giunta e specificamente alla neo-Assessora un qualche suggerimento, che peraltro abbiamo già avuto chance di manifestare anche al Sindaco Marino, così come all’Assessore regionale Lidia Ravera. Per quanto riguarda l’assessora regionale alla Cultura (e allo Sport e alle Politiche Giovanili), le sue sortite, nelle ultime settimane, appaiono incoraggianti, rispetto all’esigenza di un “new deal” nelle politiche culturali, che debbono essere centrate più sull’innovazione/sperimentazione che sulla riproduzione/conservazione.

Al Sindaco Marino, suggeriamo di accorpare alla “cultura” (ed alla “comunicazione”, immaginiano) anche le deleghe per il “turismo”, la “moda”, e magari anche l“innovazione”. Ne scriveva su queste colonne (per quanto riguarda turismo e innovazione) Stefano Monti in un articolo del 17 gennaio 2011.

Marino lo farà? Ce lo auguriamo. Il Sindaco ha peraltro prospettato un assessorato dedicato agli “Stili di vita”. Perché no, quindi, un “assessorato alla creatività ed alle industrie culturali”?!

Quel di cui ha necessità la Capitale, così come la Regione, è anzitutto una riflessione radicale e rinnovata sul senso dell’intervento della mano pubblica nel settore culturale. Questa riflessione non può che essere basata su un’analisi critica del sistema culturale (inteso a trecentosessanta gradi, beni ed attività culturali: dai musei alla concertistica, culture “alte” e “basse”, convergenza con il sistema dei media…): domanda ed offerta, ruolo dei privati ed istituzioni pubbliche, tra l’economico, il politico, il semiotico…  Senza dimenticare l’interazione tra i livelli dello Stato: Mibac, Regione, Province, Comuni… E vogliamo dimenticare il ruolo ormai fondamentale (e finora mal analizzato) delle Fondazione Bancarie???

Lo stato dell’arte delle conoscenze, a Roma e nel Lazio, è totalmente deficitario.

A differenza di altre Regioni d’Italia (come nel caso dell’Osservatorio Culturale del Piemonte, che proprio il 5 luglio prossimo presenta la propria nuova relazione annuale; si ricorda che è stato costituito nel 1998), a Roma e nel Lazio gli assessorati competenti non dispongono ancora di un dataset adeguato alla delicatezza delle politiche che pure debbono attuare.

Non esiste un’analisi degli investimenti pubblici, della loro efficienza e efficacia, ed il livello di trasparenza della spesa pubblica è modestissimo. Anzi inesistente, fatta salva l’ipotesi di andare a cercare – con approccio poliziesco, oltre che con il lanternino… – tra le pieghe dei criptici bilanci comunali e regionali.

Non è possibile comprendere quanto sia benefico, o meno, l’intervento della “mano pubblica”: si pensi al controverso caso di Musica per Roma, e del suo ruolo di disturbo (secondo gli operatori privati, che arrivarono a rivolgersi all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato) nel “libero mercato” culturale romano… Ma stesso discorso (assenza di analisi valutative) si può fare per Zètema e per il suo intervento nella gestione dei beni culturali, così come per le iniziative festivaliere: perché tanto danaro pubblico al Festival del Cinema di Roma e nemmeno un euro (incredibilmente) all’eccellente MedFilm (almeno nell’edizione 2013, che è la n° 19)?!

Infinite soggettività, simpatie/antipatie, cromie politiche, capitali relazionali, lobby... Tutto è gestito con grande approssimazione.

La “conoscenza” relazionale prevale sulla “conoscenza” tecnica. Della tecnocrazia, nemmeno una traccia.

L’ultimo tentativo di analisi lo si deve alle giunte Rutelli e Veltroni (e si perdoni un cenno… autoreferenziale): si tratta di due ricerche (l’ultima risale al 2008) realizzate dall’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult, che hanno gettato le basi di un “Osservatorio sulla Cultura” a Roma e nel Lazio, fortemente voluto dall’ex Assessore Gianni Borgna (il più longevo d’Italia: 1993-2006), iniziativa che la Giunta Alemanno e la Giunta Polverini hanno poi messo in un cassetto. L’Assessore Umberto Croppi (Comune di Roma) non ha ritenuto di aver necessità di una simile strumentazione, e certamente non manifestò esigenze cognitive di questo tipo l’Assessore Fabiana Santini (Regione Lazio).

Notoriamente, in questo nostro Paese malato, se una iniziativa è stata sostenuta da giunta di cromia avversa, la novella giunta tende a bollare la precedente esperienza, a priori, come partigiana.

Da ricercatore, chi scrive queste note ha maturato l’impressione che spesso l’italico politico/amministratore (sia rosso o nero o bianco o… a pois) giunge alla (perversa) conclusione che “meno si sa, maggiore è il mio margine di discrezionalità”, con buona pace di esigenze di trasparenza ed efficacia. Anche perché, riducendo il livello di conoscenza, si riduce la capacità critica dei… dissidenti e degli… esclusi.

Negli ultimi mesi della Giunta Marrazzo, IsICult aveva proposto all’allora assessore Giulia Rodano la elaborazione di quello che sarebbe stato un primo inedito eccezionale avanguardistico “bilancio sociale” dell’Assessorato alla Cultura, arricchito di dati dettagliati (“chi abbiamo finanziato, perché, quali sono stati i risultati dell’intervento pubblico…”), ma le dimissioni di Marrazzo hanno fatto svanire anche questa prospettiva.

Qualche altro tentativo di analisi (concentrato su Roma piuttosto che sul Lazio) è stato messo in atto da Federculture, qualcosa ha tentato di fare – nello specifico dello spettacolo – la Siae, ma siamo ben lontani dalla disponibilità di strumenti di conoscenza tecnica (si noti, non soltanto di approccio economico: la degenerazione economicista è sempre latente, e va scongiurata) che debbono essere accurati, approfonditi, e soprattutto resi di pubblico dominio: disponibili agli operatori, agli studiosi, e soprattutto agli “stakeholder” finali, cioè i cittadini.

Il risultato attuale qual è? Che Zingaretti e Marino governano, sono costretti – almeno per ora – a governare “a vista”, nasometricamente e spannometricamente, almeno nello specifico della cultura (del resto, taciamo). Ed in questo habitat, finisce per prevalere, quasi inevitabilmente, una logica conservativa-conservatrice, esattamente come avviene, a livello di Stato centrale, per la gestione del Fondo Unico dello Spettacolo, che è il fondo di sostegno alla cultura più chiuso d’Europa.
Il Fus è un fortino inaccessibile: chi è dentro, è dentro, e può sperare di essere risovvenzionato; chi è fuori, fuori resta! Ne ha scritto con efficacia Lucio Zan nel suo saggio del 2009 “Le risorse per lo spettacolo”, per i tipi de il Mulino.

Un esempio concreto del rischio di riproduzione di errori? Settimane fa, le “associazioni storiche” dell’Estate Romana hanno protestato perché il Comune di Roma aveva emanato un bando surreale, nel quale l’entità del finanziamento era rimandato ad un “si vedrà…”.
Eccesso di prudenza, forse, data l’incertezza pre-elettorale, ma anche un’assurdità amministrativa (crediamo che in nessun altro Paese sviluppato si assista a simili buffonate). Le associazioni hanno promosso un incontro di protesta ed hanno richiesto una sovvenzione di almeno 2,5 milioni di euro l’anno. L’allora candidato Marino si è impegnato per almeno un paio di milioni di euro, e, pochi giorni dopo l’insediamento, il Sindaco ha annunciato una dotazione di 1,5 milioni. La domanda è: perché 2,5 o 2 o 1,5 milioni, ovvero 10 o 0 (zero)?! Non è ben dato sapere, se non per… inerzia, o per valutazioni… “spannometriche” appunto.

E che dire dei 3 milioni di euro che Zingaretti, e gli assessori Ravera (Cultura) e Fabiani (Economia) hanno annunciato pochi giorni fa voler assegnare agli esercenti di Roma e del Lazio per accelerare la digitalizzazione dei cinema? Perché 3 o non 2 e non 5? Qualcuno ha analizzato con un minimo di serietà i fabbisogni? No. E lasciamo perdere le possibili necessarie analisi in termini di evoluzione della domanda, di nuovi linguaggi, di effetti dell’offerta culturale sulle “visioni del mondo” (e, quindi, anche sulla politica stessa: qualcosa ne sappiamo, dopo la “mutazione antropologica” provocata dai modelli culturali della televisione berlusconiana, quegli… “stili di vita” evocati da Marino).

Flavia Barca conosce queste problematiche: vanta un eccellente curriculum come ricercatrice e chi redige quest’articolo ne è stato ex datore di lavoro prima (tra il 2002 ed il 2003 Barca è stata direttrice dell’IsICult) e poi spietato competitore. Questi suggerimenti sono rivolti quindi in particolare alla neo Assessore, con simpatia finanche imbarazzo. In verità, Barca non ne ha necessità. Queste tematiche sono state oggetto di tante discussione e della comune sconsolata constatazione della diffusa insensibilità dei politici italiani, rispetto ai migliori modelli di valutazione dell’impatto delle politiche pubbliche (vale per il Mibac non meno che per la Rai), procedure che sono routine – da decenni – in Francia, Regno Unito, Germania, finanche Spagna… Addirittura l’Argentina può vantare una pluralità di “osservatori culturali” (anzi, meglio “sulle industrie culturali”!), che l’Italia può soltanto invidiarle.

Qualche critico ha osservato che Flavia Barca, a parte la ricchezza di un cognome familiare partitocraticamente pesante, è “soltanto” una ricercatrice, e non può vantare alcuna esperienza come “amministratore pubblico”: è vero, ma forse questa sua estraneità alle esperienze burocratiche potrebbe paradossalmente rivelarsi un plus e non un minus. Così come ci si augura stia avvenendo con Lidia Ravera, intellettuale umanista prestata alla politica. Se sapranno dotarsi delle adeguate cassette degli attrezzi, sia Ravera sia Barca potranno far sì che la “politica culturale”, in Italia, non resti un pio intendimento, anzi una pura illusione.

Angelo Zaccone Teodosi è Presidente dell’Istituto italiano per l’Industria Culturale – IsICult