AB26146I dati di scenario sui consumi culturali in Italia sono ripetitivi e non sorprendono più. Ormai si possono ridurre a un banale dato di fatto e ad una amara considerazione conclusiva. Il dato di fatto è che se diminuiscono gli investimenti in cultura diminuiscono anche i consumi culturali (sic!).

La considerazione conclusiva è che proprio non sappiamo cosa farcene della cultura.
Due relazioni presentate di recente da osservatori autorevoli convergono decisamente nella direzione appena accennata. Si tratta dell’ottavo Rapporto Annuale di Federculture e della Relazione Annuale 2011 – 12 presentata dall’Osservatorio Culturale del Piemonte che rielabora dati Istat messi in relazione con alcuni indicatori sociali forniti dell’IRES Piemonte.
Lo scenario lascia attoniti e verrebbe voglia di passare ad altro, ma dal cumulo di macerie si odono alcune voci che sembrano dare indicazioni di una via d’uscita. “La cultura non può essere un isola!” afferma Luca Del Pozzolo direttore dell’Osservatorio piemontese che lancia un segnale alla politica e alle istituzioni, al mondo delle imprese e alla società nel suo complesso. E, dal versante Federculture, giunge un richiamo che indica negli investimenti in cultura “la scelta per salvare l’Italia”. Quasi un appello perché si capisca come sia impossibile uscire dalla crisi senza investimenti in cultura, in Italia ancor meno che in altri paesi.

Tutto sembra chiaro e giusto. Ma perché non lo facciamo? Perché non ce la facciamo?
“La cultura come isola” denuncia Del Pozzolo. E ci viene fatto di interpretare questa considerazione nell’accezione più drammatica di “cultura isolata”. Isolata e emarginata, come la parente povera e ingombrante di un’ottusa famiglia di saccenti e presuntuosi.

A che serve la cultura? Ci si è spesso domandati negli ultimi anni. Serve al turismo! Ha sentenziato qualcuno e per questo l’ha sottratta ai cittadini per offrirla a un turismo di massa che a mala pena distingue un parco giochi da un parco archeologico. E’ la storia patria! Ha affermato qualcun altro impedendo che la cultura uscisse dai musei e si confrontasse con la realtà quotidiana. E’ business! Ha decretato qualche manager mentre iniziava a ragionare sugli spazi culturali esattamente come farebbe un affittacamere.

Mancanza di idee ma soprattutto mancanza di familiarità con la cultura. In una parola: “estraneità”. Abbiamo aspettato la metà degli anni Settanta per dotarci di un Ministero per i Beni Culturali. Abbiamo subito repentini e radicali cambiamenti economici e sociali nell’arco di pochi decenni e non abbiamo dato spazio adeguato a chi questi cambiamenti li interpretava e cercava di leggerli.

Negli anni Sessanta una città come Roma era al centro dell’attività artistica internazionale con gallerie come la Tartaruga, l’Attico e la Scaletta. Negli stessi anni Milano si animava grazie alle iniziative di Azimuth. Poi qualcosa si è rotto e quel periodo è rimasto l’ultimo significativo momento di contatto con la società e la sua cultura in movimento. E’ come se avessimo subito la modernità senza metabolizzarla e, in anni recenti, attraversato la contemporaneità nuotando in apnea. Oggi stiamo emergendo e ci accorgiamo che rischiamo la deriva.
Del Pozzolo invoca opportunamente “nuove sinergie” e “incontri sempre più strutturali tra il mondo della cultura e quello delle imprese innovative”. Ma dobbiamo sapere che si parte da un livello basso.

La Pubblica Amministrazione e il mondo della politica hanno avuto le loro colpe, ma l’impresa privata non è riuscita a far meglio. Un bagno di umiltà da parte di tutti è assolutamente necessario, confortati dal fatto che il 58% dei cittadini ritiene molto importante il ruolo delle istituzioni culturali, è favorevole al sostegno pubblico alla cultura e auspica un aumento dell’offerta culturale.

Ma non basta. La crisi impone di allargare lo sguardo verso ipotesi sociali ed economiche diverse da quelle che hanno fallito negli ultimi decenni. Forse questa prospettiva permette di rimescolare le carte e iniziare una nuova partita.