Una bella iniziativa per dare peso al vuoto che lascia l’assenza di ciascuna donna che è stata vittima di violenza.
In tempi recenti si sono accessi sempre più riflettori su un dramma della nostra società, un ignobile retaggio culturale che miete una vittima ogni due giorni.
Fortunatamente i media, ed anche le istituzioni, si dimostrano progressivamente più attenti al problema, consapevoli che parlarne aiuta a combattere il muro di omertà che si alza soprattutto nei contesti domestici.
Ma nonostante le notizie che giungono alla ribalta della cronaca, i racconti sulla vita di queste donne che ricostruiscono alcuni programmi televisivi, spesso non si riesce a percepire che quelle donne oltre ad essere madri, mogli, compagne, figlie e amiche erano anche membri della nostra società.
Cittadine come tante che avevano un lavoro, degli impegni, un ruolo nel quotidiano che poteva essere il nostro, donne con le quali possiamo aver condiviso inconsapevolmente una serata al cinema, la fila al supermercato, il posto sul tram.
Donne che non ci sono più, che non potremo più incontrare al nostro fianco nella nostra routine.

 postoccupato

Da questo concetto è partita l’iniziativa “un posto occupato”, dall’idea di non lasciare che quel posto scompaia ma al contrario di conservarlo, di occuparlo affinché resti la traccia di quell’insopportabile assenza.
Il progetto è nato lo scorso 29 giugno nell’anfiteatro della villa comunale di Rometta (Me) dall’idea di Maria Andaloro, editrice de “La grande testata”, che voleva reagire con un gesto forte al crescente numero di vittime di femminicidio.

 POSTOCS

L’iniziativa sta via via trovando molte adesioni tra giornali , università, associazioni di categoria, scrittori, ma anche privati che nel loro locale hanno voluto riservare un “posto” ad una donna che non c’è più. Che si tratti di un incontro politico, della presentazione di un libro, di una serata al cinema, del posto su un bus o dal parrucchiere chiunque può occupare una sedia, un carrello della spesa applicando il logo dell’iniziativa per poi fotografarlo, affinché il messaggio passi, di bocca in bocca, da uno sguardo all’altro portando con se l’insopportabile sensazione di vuoto e di assenza.