Qualche secolo fa, Dante Alighieri scriveva i 33 canti della sua Commedia in terzine incatenate di versi endecasillabi. Oggi scriviamo in tweet, ci esprimiamo in post, comunichiamo per sms, usiamo Whatsapp. L’interazione con il mondo esterno, con l’Altro, è costante e il tempo, per un verso o per un altro, è poco. È necessaria la sintesi, la rapidità, la concretezza, giungere al cuore del concetto che si vuole esprimere nel minor tempo possibile. Eppure quel concetto strizzato di parole è possibile condirlo, amplificarlo, potenziarlo con immagini, suoni, video. È come se, lentamente, stessimo tornando ad un linguaggio “primitivo” in cui il centro dell’atto comunicatorio non è più la parola, ma l’immagine, l’impressione visiva, il simbolo che concentra il nostro messaggio.

Non è, infatti, solo il linguaggio quotidiano a subire questo processo di contrazione e sintesi. I social network, le app, il mondo di internet e del web sono talmente pervasivi, oggi, da colonizzare, a poco a poco, anche il mondo delle “lettere”, della letteratura alta. Per ora si tratta solo di esempi di riscrittura, che coinvolgono principalmente i classici della letteratura.
#Twitteratura è un esperimento cominciato da tre italiani esperti in comunicazione, Paolo Costa, Edoardo Montenegro, Pier Luigi Vaccaneo, che hanno proposto agli utenti di Twitter di riscrivere opere emblematiche della letteratura europea con un tweet e la possibilità di allegare foto, immagini, video e tutto ciò che ritenevano connesso a quella lettura. Sono stati twitterati gli Scritti Corsari di Pasolini, gli Esercizi di stile di Raymond Queneau, La luna e i falò e I dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Il risultato di #Leucò, in particolare, pensato in collaborazione con la Fondazione Cesare Pavese, è stato presentato durante l’ultima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino 2013: in 3 mesi l’iniziativa ha coinvolto 400 utenti e prodotto più di 20.000 tweet, portando più volte l’hastag #Leucò ai primi posti tra i trending topics.

 

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Il progetto ha fatto storcere il naso ai critici più scettici, che lo hanno definito “sterile”, più un esercizio di stile, un rompicapo alla Ruzzle, che un esempio costruttivo di scrittura creativa. In realtà, l’esperimento italiano non costituisce un caso isolato. Le prime prove di scrittura coi social provengono, ovviamente, dall’America: Twitterature è un’iniziativa di due studenti di Chicago, Alex Aciman and Emmett Rensin, che nel 2009 hanno pubblicato con Penguin Books il risultato della loro riscrittura cinguettata di alcuni capolavori della letteratura di tutti i tempi: dalla Austen a Kafka, da Omero alla Rowling.
La twitteratura piace, è vista come un gioco serio, che porta a conoscere o a riscoprire il gusto per la lettura. Tanto che, tornando in Italia, è di ieri la notizia che la Società Dante Alighieri per festeggiare i 700 anni dell’altro padre della lingua italiana, Giovanni Boccaccio, ha avviato il progetto di riscrivere il Decameron con 2 tweet “perfetti” (twoosh) al giorno per 100 giorni.

 

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D’altra parte nell’era smart, digital, social sono sempre più diffuse la nanofiction, la micro-narrativa, la crowd-source narrative: la letteratura che puoi leggere, scrivere, apprezzare nel lasso di tempo che intercorre tra una fermata della metro e un’altra. Tutto è iniziato nel 2007 con Love Sky, una storia d’amore tra adolescenti raccontata da una ragazza giapponese, Mika, inviando ai suoi lettori una frase al giorno, via sms. In pochissimo tempo, Love Sky è diventato il bestseller più letto in giappone.

 

 

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Da quel momento, gli esperimenti di “scrittura digitale” si sono susseguiti coinvolgendo sia autori famosi (come Jennifer Egan e Steven Soderbergh), che artisti emergenti. È degli ultimi giorni la notizia del progetto di uno giovanissimo studente dell’Accademia di Belle Arti di Roma, Gerardo Lisanti, che ha pensato di scrivere alcune fiabe, usando soltanto le icone e gli smile di Whatsapp. Così Cappuccetto Rosso, Hansel e Gretel, Cenerentola sono diventate un messaggio per smartphone di una decina di righe.

 

 

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Apocalitticamente si potrebbe pensare che un giorno arriveremo, davvero, all’abolizione della scrittura, delle lettere, delle parole, a favore assoluto dell’immagine. Con maggiore realismo (e ottimismo), invece, si può considerare lo stimolo creativo, l’impulso alla curiosità che questi esperimenti racchiudono – non dimenticando che, ad ogni modo, per riassumere un racconto di Pavese devi prima conoscerlo – e puntando sulla fame di storie e racconti che l’uomo continuerà a coltivare, si spera, per sempre.