emmafilmEmma Dante debutta a Venezia tra gli applausi. Attrice, scrittrice e regista ci presenta Via Castellana Bandiera, primo film italiano in corsa per il Leone d’Oro. Un anno di duro di lavoro, per una suggestiva opera prima.
“È una regista bravissima, è la regista del mio cuore, mi ha insegnato quasi tutto quello che provo a fare, dal teatro al cinema. Credo che il metodo Emma Dante funzioni molto. Fa un lavoro con gli attori duro. La sensazione che si sente è quella di essere guidati da mani sicure e portati all’estremo. E’ qualcosa di irripetibile, riesce a tira fuori dei fantasmi, come se gli attori fossero capaci di evocare qualcosa che non sapevi di avere dentro. E’ sorprendente” così la definisce Alba Rohrwacher.
Via Castellana Bandiera è un western al femminile, un duello tra due donne, caparbie, ostinate. Ognuna con una propria storia, silenziosamente raccontata. Due macchine con due donne a bordo rimangono bloccate in una strettoia di Palermo, nessuna delle due vuole spostarsi e concedere il passo all’altra: Samira (Elena Cotta), albanese, dura come la pietra, Rosa (Emma Dante) perennemente arrabbiata e in crisi con la sua compagna Clara (Alba Rohrwacher). La lotta di sguardi ha inizio mentre il quartiere si anima e circonda, con il proprio vociare, il silenzio delle due sfidanti.

 

Come ti sei trovata dietro la macchina da presa?
Questo film è stato girato secondo il mio metodo: quello teatrale. Lo abbiamo provato tanto con la mia compagnia e con Alba, Elena e gli altri attori. Ho avuto la fortuna di trovare dei grandi collaboratori, c’è una energia molto forte che funziona bene. La squadra è la prima cosa per fare una grande opera. Tutto questo ha funzionato perfettamente”.

 

Perché ha scelto di rappresentare un duello tra due donne?
Due donne che si impuntano, ottuse, tenaci e poi incominciano a sciogliersi. Questo stare di fronte, una all’altra, è un modo per riconoscerci anche se, entrambe, cercano di rimuoverlo. E’ giusto accettare la mostruosità che è anche un po’ la loro verità e quello che non sono riuscite a dirsi fino a quel momento. Il loro carattere si modifica durante la storia.

 

Perché ambientarlo al sud e non al nord?
Palermo è la mia città, quindi parto da una radice comune: la mia lingua, la mia storia, la mia strada e parlo di quello che conosco. E poi non so cosa vuol dire raccontare il Sud. Il Sud è anche parte del Nord, nel senso che è una torretta di osservazione del mondo, per me questo film non è locale. E’ un film che parla di un paese, parla di una comunità e parla di uno stato dell’essere e non di un luogo geografico.

 

Quale metafora si nasconde in Via Castellana Bandiera?
La strada, Via Castellana Bandiera, per me è la via larga del finale e non quella dell’inizio. Per ognuno è quella che vuole, non darsi una soluzione è la cosa migliore. Ognuno fa esperienza di quello che vede. Forse noi non sappiamo più vedere le cose, forse le vediamo distorte, vediamo uno spazio ristretto dove non ci sta più nessuno e ce ne impossessiamo, ma in realtà lo spazio è grande e ce ne sarebbe per tutti. Queste due donne sono di fronte a una donna anziana che ha altri tipi di pensieri, ha un’altra mentalità che, comunque, non giudica. Anche Rosa e Samira sono libere in Via Castellana Bandiera. L’unico impedimento che hanno è questa crisi passeggera che, per fortuna, all’alba sparisce.

 

Un film che ricorda il genere Western. Cosa vedi nel prossimo futuro?
Il cinema di Leone mi ispira in modo potente, è stato un grande. Ho approfondito lo studio di questo genere e ci sono dei momenti nel film in cui emerge chiaramente, anche se non volevo fare un western, ci sono delle citazioni.

 

Via Castellana Bandiera è una via che finisce nel vuoto
Il precipizio della fine della Via, è un precipizio presente ma noi non sentiamo ancora la caduta, sentiamo che siamo un’umanità su un baratro. E’ un momento particolare della nostra storia, in cui non riusciamo neanche a cadere. C’è un’ipotesi di crollo, forse sarebbe più costruttivo cadere e rialzarsi. Credo che nel film ci sia un fermo, uno stallo che assomiglia a quello in cui siamo ora.

 

Cosa si aspetta che succederà dopo Venezia?
Spero che questo film venga rappresentato ovunque e che vada oltre e che non rimanga né in Sicilia, né in Italia e né in Europa. Spero che vada il più lontano possibile e che possa far fare un’esperienza alla gente che lo vede e scateni quel corto circuito che è l’arte.