jazzitfesOggi, organizzare anche un piccolissimo evento diventa sempre più difficile da organizzare, eppure Luciano Vanni già un anno fa tra le pagine di facebook annunciava la sua grandiosa creazione: un “festivalone” in grande stile che, a livello di innovazione nulla ha da invidiare all’illustrissimo “Umbria Jazz”, anche se, l’impronta è completamente differente.
Parliamo di “Jazzit Fest”, evento che dal 5 all’8 settembre si terrà a Collescipoli, in provincia di Terni. Il periodo scelto, non solo contribuisce a destagionalizzare l’attrazione turistica, ma vive nell’interesse di non compromettere il percorso perugino promosso da oltre 40 anni dal più importante festival di jazz in Italia.
Proprio in provincia di Terni ebbe origine Umbria Jazz e sempre lì, lo stesso Luciano Vanni, più di un decennio fa, sfidò il suo destino fondando la casa editrice LVE con le sue rispettive riviste: “Jazzit” e “Il Turismo Culturale”. L’evoluzione di questo suo amore per la musica lo portò a confrontarsi con la regione Umbria (resa universale per il jazz) e con l’ambito dell’organizzazione degli eventi, dando origine prima a “Terniinjazz Fest” (2001-2007) e in seguito al “Gran Tour Fest” (2008-2009).
L’APPROCCIO
Agli occhi di tanti, l’organizzazione di un evento colossale da parte di un editore, lascerebbe un po’ a desiderare, ma a dirla tutta, quella degli imprenditori che navigano in prima linea nell’ambito della comunicazione e che di conseguenza ambiscono a sperimentare il panorama festivaliero, sembra diventare una considerevole realtà. Quasi certamente per uno che scrive di jazz e di turismo non sarà stato tanto difficile interagire con musicisti, critici, associazioni ed istituzioni di categoria, e proporre loro di intervenire in prima persona durante la propria manifestazione. L’abilità sta poi nell’essere imparziali, (anche se il tocco di criticità non deve mai mancare), spesso accondiscendenti e nel saper vedere oltre i personali interessi. Una buona dose di queste caratteristiche, assieme alla passione per il proprio lavoro e ai 3 anni di meditazione avranno complessivamente contribuito ad realizzare pienamente il progetto dell’editore e a renderlo così tanto innovativo. Innovativo per una lunga serie di motivi:

 

QUANTITÀ
Immensa varietà della stessa proposta ideativa: 104 concerti (26 al giorno) con 450 jazzisti, 60 stand di operatori del settore nel primo reale expò di jazz italiano, “il meeting del jazz in Italia” (tra etichette discografiche, circoli, collettivi, festival, produttori di strumenti musicali, negozi di musica, etc), proiezioni cinematografiche, esposizioni di fotografia, e opere d’arte. La scelta dei repertori e degli stessi musicisti non dipende da nessun direttore artistico, tanto è vero che la figura dell’ideatore Vanni si avvale solo delle sue qualità di moderatore – coordinatore e, se vogliamo, di “project manager”.

 

QUALITÀ
La parte più “seriosa”, probabilmente la più “studiata a tavolino” è dettata dalla scelta di far emergere del “nuovo” e dalla tipologia di workshop, conferenze, clinics, seminari musicali diretti da musicisti; corsi di musica, ear traning, laboratori in tema per i più piccoli; meeting ad incastro in versione no stop. Cosa che nessuno mai aveva pensato di fare dedicando in maniera esclusiva tutte le singole attività alla musica jazz.

 

GESTIONE INNOVATIVA tra CROWDFUNDING, CO-WORKING e DIREZIONE ARTISTICA “OPERN SOURCE”
Realizzare un cartellone di questa portata esigerebbe di grossi costi se non fosse per il contributo singolare di tutte quelle realtà che per loro personale scelta hanno deciso di sentirsi partecipi all’organizzazione del Jazzit Fest. C ‘è chi, come la Vanni Editore offre il backline con supporto alle scuole di musica, chi mette a disposizione il proprio personale specializzato come le agenzie di management e i proprietari di jazz club. Lo staff del Fest si occuperà tra le tante cose di comunicazione, di booking in qualità di agenzia turistica, dell’intera logistica, mentre gli artisti sono giunti di spontanea volontà per esibirsi assolutamente senza alcun fine di lucro.
Chiaramente, il bisogno di disporre di una forza lavoro così professionale, di servizi importanti, tali da non condizionare la qualità e quantità dell’offerta cartellonistica, generano conseguentemente, da parte dell’ideatore-commitente, un atteggiamento tanto “elastico” e comprensivo da non voler pretendere necessariamente la partecipazione di tutti quegli artisti che, normalmente, in fase di creazione festivaliera, si vorrebbe a tutti i costi inserire nel programma.
Ecco spiegata sicuramente una delle ragioni per le quali è stato scelto di non promuovere la funzione di un direttore artistico.

 

LA “CARTA DEI VALORI” E LA POSSIBILE FORMULA DI AUTOPROMOZIONE
La scelta di non chiedere neppure un euro di finanziamento pubblico, di non necessitare di un direttore artistico, di permettere agli artisti, operatori del settore e concittadini di partecipare in piena libertà ma senza cachet rientra nel codice etico della carta dei valori. Un codice programmatico – organizzativo e produttivo ben interpretabile da tutte la comunità di riferimento che a sua volta andrebbe condiviso anche con i futuri lettori ed ideatori.

Non si può per l’appunto negare l’interesse da parte di una casa editrice che si presta a questa nuova forma di comunicazione diretta (il festival-festa) di promuovere le proprie creazioni, di incontrare personalmente i propri abbonati, di generarne dei nuovi e allo stesso tempo di ottimizzare i costi e soprattutto i tempi avendo una miriade di artisti e operatori a propria disposizione ai quali poter dedicare interi articoli, di proporre loro nuove incisioni, di stipulare con essi particolari convenzioni, di stabilire accordi di sponsorship, di vendita delle pagine pubblicitarie all’interno dei propri volumi-numeri, e via di seguito. Eppure, c’è da riconoscere che l’obiettivo primordiale del JAZZIT FEST non sembra essere affatto quello di fare i propri interessi di stampa, poiché nessuno tra coloro che avrà contribuito all’iniziativa, artisti compresi, godrà di un trattamento privilegiato.

Piuttosto, i personali accordi finora stipulati dalla casa editrice verranno messi a disposizione di altri come “effetto fiera”, così da rendere insaziabile l’impegno di fare rete tra simili. Esattamente così: un’industria che opera all’interno di una fiera che non cerca solo buyers, ma fa in modo che questi interagiscano anche fra di loro! Un pensiero del resto ben condiviso e da sempre fedele alla linea editoriale.

 

IL TARGET, IL VOLONTARIATO E LA FESTA-MEETING GRATUITA
Diciamo allora che non si potrebbe in realtà parlare di un festival vero e proprio, quanto di una festa impareggiabile. Un evento rivolto principalmente ai propri appassionati, operatori del settore e a chi vorrà conoscere dal vivo lo spirito e il metodo di lavoro adottato dalla LVE. Gli stessi volontari, una squadra composta da oltre 100 elementi, possibilmente aventi una media di 28 anni, saranno i primi che in cambio del contributo reso e degli sforzi economici affrontati tra viaggio e alloggio (seppur con convenzioni), avranno la possibilità di apprenderne attraverso continue riunioni il criterio operativo.
Una manifestazione studiata anche per far ampliare le proprie conoscenze e che, per le condizioni indicate, si esprime nella massima gratuità o nella facoltà di rendere un’offerta libera in base alle proprie disponibilità.

 

IL “PAESE FESTIVAL-SMART CITIES” COME “ESPERIMENTO SOCIALE”
Ciò che più colpisce del pensiero di Luciano Vanni è la volontà di rendere totalmente attiva la partecipazione del territorio.
“Sei amante del jazz o no, ma sei comunque un cittadino di Collescipoli? Ebbene, sei invitato a dare una mano!”. Non è un rimprovero, né tantomeno un obbligo, piuttosto uno stimolo a fare in modo che ciascuno faccia la propria parte per il crescere della cultura, dell’economia e del turismo locale. In fondo è un grande onore quello di vedere un antico borgo medievale come Collescipoli di soli 300 abitanti mostrarsi tutt’altro che impreparato tanto da accogliere l’enorme staff organizzativo e a prestare, tra le tante cose, perfino le sedie per la platea. È un segno di fiducia ma anche di speranza che si cela dietro quell’emozionante detto: “l’unione fa la forza”.

Chi infatti diventa il primo interlocutore, oltre agli stakeholders già citati e tutto il territorio ternano, è la Pro Loco assieme alla serie di istituzioni, compresa la Circoscrizione, che si sono impegnati nell’assicurare la resa gratuita degli spazi pubblici (5 palchi tra chiese, piazze, chiostri, viuzze e altri spazi all’aperto e al chiuso), a rendere efficiente la macchina organizzativa per l’ospitalità (servizi, sicurezza, ordine pubblico, alloggi, il ristoro e trasporti), con la scusa anche di promuovere la regione con gli stand enogastronomici.
Molte realtà che sono state sostenute nella veste di startup hanno finito negli anni nel dipendere soprattutto dai fondi statali, difendendosi dietro quella volontà di fare cultura ormai troppo ripetitiva e non più unica a molti.

Che Luciano Vanni sia risuscito negli anni, magari grazie alle sue ambizioni, alla sua crescita professionale e ai suoi rapporti editoriali – istituzionali, ad affascinare tutto il paese di Collescipoli, bisogna crederci, anche perché è una persona che lavora con ingegno e senso critico. Si può anche credere all’idea che quasi tutti gli abitanti del posto ora possano amare il jazz o essersi resi conto dell’importanza dell’attrazione turistica che il suo festival possa innescare, tanto da convincere anche i più anziani compaesani a dedicare del proprio tempo per la realizzazione dello stesso e a resistere fino a notte fonda ai più striduli suoni di tromba …. ma, non è bene imitarlo senza disporre di azzeccati strumenti per lavorarci sopra, pretendendo carta bianca con il solito scopo di realizzare i più svariati sogni artistici musicali che poco hanno a che vedere con il territorio se non nel prendere per la gola la comunità più focosa con le arti più appetitose: musica commerciale e gastronomia generalizzata.

Sicuramente, Vanni, nel suo disegno progettuale intende far credere che i successi migliori si ottengono col passare degli anni, dopo aver meticolosamente studiato ed educato il proprio territorio alla vera cultura (a quella che andrebbe fatta imboccare per essere compresa), ed essersi conseguentemente reso effettivamente conto di cosa il territorio nel suo complesso desidera. Una volta aver intuito lo spirito della manifestazione e aver fatto in modo che ciascun cittadino ne comprendesse i fini e a sua volta li condividesse, allora, solo dopo, sarebbe doveroso far subentrare la necessità di generare un criterio fattibile di smart- city.