stillifeStill life – E’ ancora vita

John May è un piccolo impiegato comunale che si occupa di dare una degna sepoltura alle persone morte in solitudine.
Si tratta di casi irrisolti che spesso si concludono con cerimonie funebri alle quali il protagonista del film è l’unico spettatore, non essendo riuscito a trovare i parenti dei defunti. Nell’impegno tenace e devoto di dare dignità alla morte, John diviene così il custode dell’ultimo saluto alle persone scomparse.
I tagli alla spesa pubblica decisi dal Comune, chiedono tuttavia una maggiore efficienza e rapidità nel trattamento dei casi e John perde il posto di lavoro. La sua ultima volontà sarà però di seguire il caso Stoke, la vicenda di un anziano ubriaco, un suo sconosciuto vicino di casa, ritrovato a più di un mese dalla morte e rimasto, apparentemente, senza cari.
Still life, di Umberto Pasolini, affronta il tema della morte non a partire dal mondo dei vivi, quanto da quello dei defunti, bisognosi di essere perdonati per i loro errori e di essere salvati dalla dimenticanza eterna. Come un angelo custode delle loro memorie, John raccoglie in un album di fotografie, un piccolo cimitero domestico di memorie familiari, le immagini di queste persone scomparse. Alter ego nella propria solitudine dei suoi stessi “clienti”, John costruisce il catalogo dei propri affetti, dedicando a ciascun caso l’umanità e l’attenzione che ai defunti sono mancate in vita e in morte.
Still life, mai troppo serio e mai troppo grave, pur nella profondità del tema trattato, custodisce con equilibrio il messaggio universale della solitudine e vi pone rimedio con un messaggio toccante, ma non semplice, senza cadere nel patetismo. Il film invita a riflettere sulla morte, soprattutto in una società come la nostra che, temendola e relegandola ai margini del suo discorso, finisce per condannare alla dimenticanza chi scompare.

 

Moebius – Troppo rumore per nulla

moebius

Una famiglia contrastata dalla gelosia, un marito che tradisce la moglie, un figlio vittima delle frustrazioni della madre. Al centro, il sesso come metafora dell’esistenza e come moneta di scambio per guadagnarsi un’identità sociale.
L’ultimo lavoro di Kim Ki Duk, presentato fuori concorso dopo il trionfo del Leone d’Oro l’anno scorso con Pieta, presenta i temi, anzi, le ossessioni care al regista, spingendole questa volta oltre ogni confine del rappresentabile.
Moebius è conturbante, psicotico, oscuro, governato da una violenza istintuale e senza parole. Muto, come muti sono i suoi personaggi, il film rinuncia ai dialoghi per i 90 minuti della sua durata. E porta sull’asse dell’incomunicabilità i rapporti umani, senza alcuna possibilità di redenzione.
Se la dimensione domestica e familiare del film ricorda i precedenti lavori del regista, con un repertorio di citazioni soprattutto a Ferro 3 – La casa vuota, questa volta, però, non c’è più spazio per i sentimenti, che invece avevano configurato una possibilità di riscatto per i personaggi delle pellicole precedenti.
Moebius è, al contrario, uno shock visivo violentissimo, non privo di momenti fortemente perturbanti, ai limiti dell’osceno. La censura in Corea lo lasciava presagire.
La visione in sala, sradica ogni dubbio. L’incesto, il senso del tragico, la castrazione: Moebius è un accumulo eccessivo di paradigmi teorici e filosofici che sembra portare ad uno sfinimento senza tregua.
La domanda che ci si pone, alla fine sembra slittare sulla liceità e sulla sincerità delle domande che alimentano la trama del film. E ci si chiede se la ricerca di Kim Ki Duk sull’irrappresentabile reso possibile dalla violenza delle immagini non sia, questa volta, solo un compiacimento fine a sé stesso e un facile gancio per una produzione che lasci parlare di sé. Quello che rimane non è nemmeno l’intento catartico, in un certo senso ricercato, come nella tradizione della tragedia greca con una sorta di invocazione agli dei ad inizio e a fine film. Di sicuro, prevale lo sconcerto.

 

0teThe zero theorem – Terry Gilliam alla prova contro Terry Gilliam

In un futuro non ben precisato, che potrebbe collocarsi cinematograficamente più in un “ieri” fantascientifico che in un vero e proprio domani, un eccentrico e solitario genio del computer (un Christoph Waltz che supera per l’ennesima volta in modo eccellente la prova del personaggio) lavora come cervellone informatico per una multinazionale che produce dati allo scopo di provare l’insensatezza della natura umana e del cosmo.
The Zero Theorem è un film propriamente di Terry Gilliam, nei temi, nelle ambientazioni, nella tessitura fantascientifica. In una prima istanza, addirittura ripetitivo e citazionista. Per certi versi, infatti il film ricorda sia Brazil (1984), sia, in modo più generale, le produzioni di fantascienza anni ’90, con una rappresentazione del futuro governata da una trama cromatica, da costumi e tecnologie estremamente pop, quasi kitsch. Il modello viene però presto superato e il film che sembrava fuori tempo massimo, quasi vintage, parla più che mai degli interrogativi del contemporaneo. Partendo, quasi come un manuale, da un postmodernismo à la Jameson, fatto di citazioni, rielaborazioni e svuotamenti di senso, il film supera le premesse di base e porta il discorso dalle riflessioni sulla virtualità, sulla logica capitalista e sulla vita come gioco, ad una riflessione sull’esistenza umana e sul nulla.
In un eccesso di segni e di indizi, in un gioco a perdersi, The Zero Theorem, come l’impresa impossibile del suo protagonista, cerca di perforare e trovare una soluzione al senso di spaesamento e di caos dell’uomo contemporaneo. Dietro la superficie delle icone pop e degli ammiccamenti orgiastici che attraversano la trama del film, su tutte il crocifisso acefalo sormontato da una telecamera, la sostanza contro cui Gilliam si scontra è una grande domanda cosmologica.
Questa volta, però, senza più i giochi né la complicità con lo spettatore, senza più sconfinamenti e contaminazioni tra territori cinematografici propri del cinema precedente. Se l’edificio postmoderno era il tempio delle memorie passate svuotate di senso, ma ricostruite su una superficie luccicante, in The Zero Theorem questo edificio è crollato, e si è tramutato nella chiesa sconsacrata e cadente in cui vive il protagonista. Oltre la sua patina pop, governata da una nostalgia per gli splendori del passato, si estende il buco nero della galassia. Una favola, o meglio, un gioco macabro con un finale per nulla pacificante.