Due gambe. Due gambe su un monitor si muovono, camminano, per la precisione. Un chiaro invito ad entrare, penso. Sono fuori la Hugh Lane City Gallery di Dublino, un po’ come se fosse la galleria d’arte comunale della città. L’entrata è gratuita (ne sono sorpresa abituata a pagare “solo” 10-12 euro in città), la struttura è signorile, appartiene alla città, si vede. Le opere si susseguono nella stanze variamente colorate: un cielo di Monet, un tramonto di Turner, qualche astrattista e la strada verso il Novecento (si tratta di una esposizione cronologica) si “compie” con lo studio di Francis Bacon. Una cosa mi è chiara, lui nel caos e disordine ci sguazzava, era il suo habitat, quello che gli permetteva di creare.  Un po’ come il Nietschiano motto che ormai mi fa pensare solo alla Smemoranda o a una canzone di Zucchero “bisogna avere un gran caos dentro di sé per far fiorire una stella che danza”.
Approvo, la “questione” ordine mi riguarda e, anche se la mia stanza non sarà mai esposta, mi sento più vicina a Bacon, senza entrare nel merito del suo essere genio indiscusso della pittura di tutti i tempi.

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Cambio scena.

Un parallelepipedo bianco. Un parallelepipedo bianco in una strada non affollata sta lì. Nulla particolarmente invitante all’entrata. Entrata che, ancora una volta, è libera. E’ la Royal Hibernian Academy. Tre mostre in corso, uno spazio polifunzionale dalle linee e materiali essenziali, semplice e funzionale. Bello. Spicca una mostra su Richter e Sigmar Polke e un’altra sulla pelle, quasi toccante. In alcune foto il dolore delle ferite sulla pelle ritratte è epidermico, nelle scritte di Shrin Neshat invece la pelle diventa tela attraverso cui comunicare. All’uscita c’è un box per le donazioni. Si, hanno proprio meritato una donazione spontanea, pochi euro, è vero. Ma quanto siamo disposti a donare di questi tempi? E’ già molto, credo.

 

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Siamo a Dublino. Prima volta che volo in Irlanda, cerco di cogliere le impressioni della sua scena artistica, ma anche di una città e un paese che, a quanto ho visto attraverso letture e persone, ha molto da offrire soprattutto in termini di valori: genuinità, ospitalità, generosità. Ricordo il discorso di Gabriel in Gente di Dublino “Ogni anno che passa sento con maggiore forza che il nostro paese non ha tradizione che gli faccia tanto onore e che dovrebbe proteggere così gelosamente come quella della sua ospitalità. E’ una tradizione senza eguale per quanto ne abbia esperienza (e sono stato in non pochi posti all’estero) tra le nazioni moderne”. Vedo persone rivolgermi la parola con un sorriso o una battuta, “intromettersi” per consigliare un panino al pub o indicarmi la strada ad un incrocio. Tutto torna.

Quest’anno l’Irlanda detiene la presidenza della Commissione europea e questo favorisce la sua immagine. Grazie ai fondi europei sono migliorate le infrastrutture e anche i settori tradizionali, come agricoltura e allevamento, ne hanno tratto giovamento. E la cultura? Ho tra le mani uno studio. L’impressione che ho avuto dopo appena 48 ore è che non è poi messa così male, guardando i mirabili esempi sopra esposti. Analizzo un studio (1) della EENC (European Expert Network on Culture) datato settembre 2012  . Lo scenario è alquanto negativo

“Ireland is adjusting to a severe recession complicated by banking and fiscal crises […] Until now, there has been no comprehensive research conducted in Ireland focusing on the current state of culture in the framework of the Structural Funds during the support period 2007-2013 […] most notably it has highlighted the fact that the role of arts, culture and the creative industries by EU Structural Funds in the period 2007-2013 is underdeveloped”.

E’ comunque vero che “Culture and creative industries have benefitted in different categories such as innovation and the Knowledge Economy, Sustainable Urban Development, Environment and Accessibility”.

Sono stati finanziati progetti strutturali come il Cork e il Dublin Gateway convertiti in Arts Centre, è stata incentivata la creazione di microimprese culturali come “Designer Dublin“, sono state sostenute le attività di ricerca e catalogazione in ambito culturale per la University College Dublin e il MIC. Tirando le somme dunque la situazione relativa all’utilizzo dei Fondi Europei per la cultura non è esaltante, visto che permangono una serie di aree sulle quali è necessario investire, permane una disomogeneità nella distribuzione dei fondi tra le varie regioni, ed un eccessivo attaccamento alle industrie culturali tradizionali. Nonostante questo, ciò che è stato fatto finora è incoraggiante e  fa ben sperare che la cultura possa diventare un motore di sviluppo anche per la verde Irlanda. Se una comune turista come me ha potuto vedere due mirabili esempi come quelli sopra descritti significa che “chi ben comincia è a metà dell’opera”.

(1) EUROPEAN EXPERT NETWORK ON CULTURE (EENC) – Culture and Structural Funds in Ireland by Gráinne Millar, Sept 2012