stanfordLa Stanford University è una delle università più ricche e prestigiose del mondo. A farne un punto di riferimento internazionale, fra le altre cose, è la sua solidissima partnership con la Silicon Valley, il cluster tecnologico che ospita alcune fra le imprese più importanti del mondo, di cui l’università è stata più volte definita la “queen mother”. Fra i colossi tecnologici del Paese non ce n’è uno che non abbia legami profondi con l’ateneo, che ha sapientemente fatto della vocazione all’imprenditorialità il suo biglietto da visita.

Stanford investe nelle idee di business dei suoi studenti, al punto da innescare timori e discussioni sugli incentivi e il potere coercitivo che i suoi docenti sono in grado di esercitare. Si, perché sempre più spesso sono proprio loro, i docenti, i primi investitori delle start-up dei giovani talenti che si formano nelle aule. Tralasciando per un istante le potenziali implicazioni etiche chiamate in causa da alcuni opinionisti, la fiducia e la propensione al rischio che traspaiono dalle dinamiche dell’ateneo devono farci pensare, soprattutto guardando alla realtà universitaria italiana.

Di recente Stanford ha inoltre deciso si investire in StartX, un incubatore fondato nel 2009 da un team di studenti, facendone una diramazione ufficiale, un canale per finanziare le migliori start up universitarie ottenendo come contropartita parte del capitale delle neonate società. Ed è proprio il modello equity oriented a costituire il tratto distintivo dell’operazione, che scegliendo l’entrata in quota – invece di focalizzarsi sullo sfruttamento dei brevetti – fa proprie dinamiche vicine al mondo dei venture capitalist.

Negli ultimi dieci anni anche in Italia gli incubatori e i facilitatori d’impresa hanno iniziato a proliferare e ad oggi possiamo vantare i primi casi di eccellenza anche in ambito universitario. Stiamo parlando di I3P, l’incubatore del Politecnico di Torino, classificato undicesimo fra i migliori business incubator universitari nella graduatoria internazionale dell’UBI, e dell’AlmaCube di Bologna, controllato a metà dall’università e a metà da Unindustria Bologna, un’associazione di imprese.

Se è vero che queste strutture giocano un ruolo cruciale nel settore della S&I – Scienza & Imprenditorialità, costruendo un ponte fra la ricerca scientifica universitaria e la valorizzazione imprenditoriale della conoscenza, non si può non auspicare che presto sperimentazioni di questo tipo inizino ad interessare anche il settore culturale e creativo. Le materie umanistiche colonizzano i curricula di moltissimi atenei italiani, pubblici e privati, e i tempi sono maturi per la sperimentazione di modalità di placement innovative, che rendano più fluidi i confini fra università e impresa.

Dalla creazione di semplici spazi di confronto e fertilizzazione incrociata all’offerta di servizi di incubazione e facilitazione, l’università italiana ha bisogno di cambiare atteggiamento nei confronti dei propri studenti, smettendo di considerarli semplicemente degli iscritti paganti e iniziando a pensare loro come i potenziali partner di domani, interlocutori con cui costruire nuova impresa – cosa di cui il nostro Paese ha tremendamente bisogno, settore culturale in testa.

Abituare gli studenti delle discipline umanistiche e dell’economia della cultura a confrontarsi fin dagli ultimi anni dell’università con progetti ed iniziative imprenditoriali, svolgendo attività di ricerca, ideazione e analisi economica per le imprese attive nel settore può rappresentare un’esperienza chiave per la formazione, la scelta del proprio percorso futuro e l’ingresso nel mondo del lavoro. Università e impresa devono essere protagoniste di un dialogo sempre più stretto e serrato, sperimentare nuove modalità d’incontro e nuove possibili sinergie se vogliamo credere nella ripresa della nostra economia.

I migliori atenei del mondo stanno investendo tempo e risorse nella creazione di business incubator universitari perché nell’economia della conoscenza, le attività tangibili e intangibili svolte da questi soggetti ricoprono un ruolo chiave nel supportare l’imprenditorialità, fornendo alle startup strumenti e conoscenze per affrontare la concorrenza e un fitto network di relazioni, indispensabile per affermarsi con forza sui mercati di oggi. Senza dimenticare che, come insegna il caso di Stanford, il successo delle idee di business degli studenti è il successo dell’ateneo stesso, quando non addirittura una possibile fonte di ricchezza.

Ad oggi in Italia i nuovi imprenditori costituiscono solo il 2,3% della popolazione, contro il 4,2% della popolazione tedesca e il 7,8% di quella americana. Per veder cambiare lo scenario è sicuramente necessario agire su più fronti, ma la trasformazione non può non varcare la soglia dei nostri atenei, ridisegnando le dinamiche di placement e generando una nuova cultura condivisa, che unisca formazione, impresa e ricerca in una sinergia reale e vincente.