fildelcoMilano, centro nevralgico della produzione culturale italiana, città di riferimento per l’editoria, così come per l’arte contemporanea e per la moda. Per molti la più internazionale delle province italiane,  il capoluogo meneghina è alla vigilia di un biennio fitto di impegni e di difficoltà, che si concluderà con un Expo che ha già attirato critiche e disappunti. Abbiamo parlato di questo, e di molto altro, con Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura del Comune di Milano.

 

Qual è il rapporto tra cultura e spazio urbano?
La relazione tra cultura e spazio urbano è centrale, soprattutto in una città come Milano, che ha una caratteristica molto particolare, e forse non ancora del tutto compresa e valorizzata ma che, di fatto, la contraddistingue da molte città italiane ed europee: è, infatti, una città che vanta una presenza molto diffusa di centri di creazione culturale. La pianta della nostra città, costruita intorno ad un centro immediatamente riconoscibile che, con un movimento quasi spiraliforme, va verso i confini, consente la diramazione di nuclei diffusi in cui la cultura si espande, nuclei che non sono collocati in zone circoscritte o in singoli quartieri. Ciascuno di questi luoghi intesse ha, infatti, un rapporto molto forte con lo spazio urbano circostante, diventando anche luogo di integrazione e aggregazione per i flussi sociali della città. Credo che la prima considerazione da fare sia proprio questa: essendo la cultura, uno strumento valido per la creazione di ponti di dialogo, di rapporti sociali e di aggregazione, quanto più questa riesce ad essere diffusa in maniera capillare, tanto più dispone il territorio a vivere lo spazio urbano in maniera diversa. Da questo punto di vista, ritengo che non ci sia miglior presidio di legalità per un territorio che una serie di luoghi che diffondano e promuovano la cultura.

 

Milano città della moda ma Milano è anche città dell’arte contemporanea: ritiene che quest’aspetto sia ben comunicato all’estero?
Sì, ritengo sia ben comunicato all’estero, almeno per quanto riguarda gli operatori del settore. A Milano c’è una rete molto fitta di gallerie private e varie manifestazioni, come la Fiera Internazionale d’Arte Moderna e Contemporanea (MiArt), recentemente rilanciata grazie alla nuova direzione che ha sicuramente fornito un respiro più internazionale rispetto alle edizioni che l’hanno immediatamente preceduta. Però il grado di diffusione raggiunto nei confronti degli operatori, non è altrettanto diffuso presso il pubblico. Ciò nonostante, le ultime analisi inerenti il turismo rivelano che sempre di più questa città sta diventando una meta importante per il turismo culturale.

 

Cosa, secondo il suo parere personale, manca a Milano dal punto di vista culturale?
È molto difficile rispondere, perché a mio avviso, Milano è una città che non ha forti mancanze dal punto di vista culturale. Più precisamente credo che Milano abbia sempre saputo sopperire con grande capacità, ingegnosità e laboriosità ai vuoti di offerta culturale. Come uomo di cultura, e meglio ancora come cittadino, non ho mai avvertito una grave o forte mancanza. Quello su cui sicuramente Milano è in ritardo rispetto ad altre città, è la scarsa presenza di luoghi deputati alla produzione culturale rivolti ai giovani: credo che facciano molta fatica a trovare luoghi fisici e spazi istituzionali nei quali lasciar emergere il proprio potenziale creativo.

 

Questo è un problema comune a tutto il Sistema Paese, del resto
È vero, è un problema che riguarda tutto il Sistema Paese e che affonda le sue radici in due fattori principali: da un lato il Paese soffre della mancanza di un ricambio generazionale ai vertici, per cui ci troviamo con Istituzioni Culturali dirette da attori che non riescono ad intessere un dialogo fertile con le nuove generazioni, e a questo punto stiamo cercando di porre rimedio; l’altro fattore è che, ritornando all’esempio di Milano, la riconversione di spazi che il Comune potrebbe mettere a disposizione di questa emergenza culturale giovanile fatica a trovare le risorse necessarie per trasformare questi luoghi in locali agiati ed agibili.

 

In merito a questa tematica, si parla molto di collaborazione tra pubblico e privato. Il dibattito ha interessato tutte le possibili collaborazioni che si possono intessere tra queste categorie di attori, dalla partecipazione diretta alla co-gestione. Lei ritiene che questo connubio (le famose 3P) possa riguardare tutti i campi della cultura o crede ci siano dei settori che per loro natura non interessano il privato?
La collaborazione deve essere assolutamente estesa a tutti i campi, altrimenti si verrebbero a creare delle sacche di esclusione che porterebbero inevitabilmente a fenomeni di inefficienza e di recessione. Ritengo che la strada che bisogna intraprendere passi attraverso lo sviluppo di un’alleanza tra utilità pubblica e utilità privata. Il privato va coinvolto in conformità a un principio condiviso, ossia che il patrimonio cognitivo di una comunità ne innalza le potenzialità di sviluppo sociale ed economico. In questo senso il privato deve intervenire nei progetti di sviluppo culturale non tanto, o non esclusivamente, nelle forme del mecenatismo, o nelle forme del mero ritorno di visibilità, ma spinto dalla consapevolezza di investire anche sul proprio futuro. Questa consapevolezza è alla base di qualunque tipo di collaborazione, perché non si può chiedere ad attori privati di sopperire alla contrazione di finanziamenti di cui soffre il settore pubblico, senza che ci sia la certezza che ad una comunità con un alto patrimonio culturale corrisponda un terreno fertile per nuovi progetti di innovazione e di spirito di imprenditorialità, nonché slancio all’internazionalizzazione, fattori questi che si rivelano sempre più importanti per la crescita di un’utilità privata. Da questo punto di vista la grande sfida che stiamo affrontando oggi è quella relativa ai modelli di gestione: è ormai in crisi, direi in tutto il mondo, l’idea di una gestione diretta da parte del Pubblico dei luoghi produttori di cultura. Il Pubblico deve stimolare il Privato ad essere un alleato nella creazione di modelli di gestione che siano in grado di rendere questi luoghi sostenibili: è la sostenibilità, ormai, il principio fondamentale della capacità della cultura di generare un valore positivo per la comunità. Si tratta di un’idea ottima, ma è molto difficile riuscire a concretizzarla.

 

Un tentativo di questa collaborazione è però l’Expo: dal punto di vista culturale, ho notato che c’è molta difficoltà a creare un’empatia tra ciò che sarà l’Expo e la Città di Milano. Qual è la più grande difficoltà che si incontra nel comunicare un evento di questo tipo?
Credo ci sia una difficoltà quasi ontologica, perché è estremamente difficile immaginare e raccontare qualcosa che non c’è e che è ogni volta diverso. L’Expo è una grande manifestazione, ma ha ogni volta una declinazione così particolare legata al tema e al luogo in cui questa viene ospitata che è impossibile raccontarla secondo logiche comunicative seriali. Faccio un esempio banale: se Milano dovesse ospitare un grande evento sportivo (come i Mondiali di Calcio o le Olimpiadi) non ci sarebbero grandi difficoltà di comunicazione: la curiosità si concentrerebbe sui luoghi o sull’organizzazione scenografica, ma questi eventi sono immediatamente riconoscibili e riconosciuti. Un’esposizione universale è un grande evento culturale (e non solo) che assume ad ogni manifestazione forme diverse. La più grande difficoltà nella creazione di un immaginario legato a quest’evento è la totale assenza di termini di paragone forti. Ciò che però va assolutamente fatto è la costruzione di una narrazione dell’Expo come grande opportunità per Milano e per il Sistema Paese: ripensare al tema dell’alimentazione sotto i vincoli di sostenibilità, cooperazione e condivisione di strumenti e di conoscenza è fondamentale, e Milano 2015 può essere davvero l’occasione dalla quale veder nascere una nuova visione dell’alimentazione per l’intero pianeta. Questa è sicuramente un’opportunità di sviluppo che non va assolutamente sottovalutata.