emanuelgatEmanuel Gat ha inaugurato con The Goldlandbergs, ispirato al mondo sonoro di Glenn Gould, la sezione ‘danza’ del Roma Europa Festival.

Il coreografo israeliano ha disegnato il delicato intreccio delle relazioni umane inserendole nel mondo sonoro del grande perfezionista del pianoforte, Glenn Gould, e del suo documentario sonoro, The quiet in the land, del 1977, in cui viene ritratto un gruppo religioso mennonita che vive isolato sulle sponde del Fiume Rosso, a Manitoba nel nord del Canada, e che tenta di confrontarsi con le inevitabili pressioni a cui il mondo contemporaneo lo sottopone.
Alcuni estratti di questo lavoro, brani musicali, voci, Janis Joplin, una cerimonia religiosa, si intersecano agli estratti delle Variazioni Goldberg di Johann Sebastian Bach, eseguite dallo stesso Gould, costituendo il tal modo un tappeto sonoro, polifonico e contrappuntistico, dei movimenti e degli intrecci dei ballerini. Non una danza univoca, ma diversi punti di fuga, un moltiplicarsi di suoni e di direzioni come la molteplicità delle vita e dei rapporti umani. Ciò che vuole raffigurare Gat è l’intimità che lega persone diverse e le relazioni diverse tra di loro.

Gat lavora da 4-5 anni con gli stessi danzatori, fatto che si riflette nel loro affiatamento e che costituisce una scelta ben precisa “basata su incontri personali. Loro trovano interessante il mio lavoro e io trovo interessante il modo in cui lavorano. Un periodo lungo di lavoro insieme ci consente di fare un lungo percorso e quindi di osare ancora di più”.

La danza di Gat è spirituale e minimalista, nella sua capacità di sintesi, fluidità, armonia dei gesti, frutto del ripetersi quasi all’infinito di movimenti collaudati, azzeramento di ogni scenografia, assenza dei costumi, se non l’indispensabile, sensibile agli stati d’animo, al mutare dell’ambiente, delle sue luci e ombre, a volte i movimenti si librano nel silenzio, senza musica.

Imperdibile, all’interno del ciclo Appena Fatto!, in collaborazione con Rai Radio3, l’incontro dell’artista, in questo caso Emanuel Gat, con il pubblico del Romaeuropa Festival, al termine dello spettacolo. Un’occasione per comprendere la genesi di un lavoro e le pulsioni artistiche che lo hanno mosso.

Durante l’intervista Gat ha raccontato come: “Dopo aver creato una coreografia su sole voci e senza pianoforte su The quiet in the land mi sono accorto che quel documentario e le Variazioni Goldberg avevano la stessa durata: 52 minuti. Allora, per provocare un po’ i miei danzatori, ho chiesto loro di creare una nuova coreografia sulle Variazioni Goldberg. Abbiamo quindi sovrapposto le due pieces e il risultato è The Goldlandbergs, titolo che comprende la musica e le parole”. Non sempre, infatti, nello spettacolo la continuità è garantita, ma probabilmente anche questo rientra nelle intenzioni di Gat. Il coreografo tende a: “una sonorità che diventa visiva e una coreografia che diventa sonora. Cerco di sviluppare un working in progress, la coreografia di stasera sicuramente sarà diversa dalle prossime volte”.

A proposito dei suoi studi musicali Gat precisa: “Il mio lavoro ricorda quello musicale ma la coreografia ricorda la natura musicale. Musica e movimento in uno spazio e tempo preciso. La coreografia è fatta come una partitura musicale, secondo un meccanismo che mette i danzatori in relazione come in una partitura”.
Attraverso le sue dichiarazioni si comprende il perché in alcuni momenti dello spettacolo i ballerini danzano nelle zone d’ombra del palcoscenico: “Ho creato strutture indipendenti: luci, sonoro e danza. Nessuna traduce o illustra l’altra. Nessuna asserve ad un’altra forma artistica. Le tre strutture fluttuano liberamente. Abbiamo lavorato in uno studio con grandi finestre e luci pessime, con effetti di luce particolari, in evoluzione e continuo cambiamento (come le nuvole etc.). Quindi ho deciso di presentare questo lavoro in questo modo”.
Riguardo le sue modalità di lavoro Gat racconta: “Di solito non dico cosa fare, propongo ambienti, pensieri e guardo come i danzatori reagiscono all’ambiente e ai pensieri che ho proposto, da questo nasce la coreografia. Mi piace la possibilità di riproporre il processo creativo ma non il risultato finale. Quindi ballerini diversi daranno risultati diversi.”

Al coreografo israeliano piace tornare negli stessi luoghi per presentare i suoi spettacoli: “Mi sento a disagio a proporre al pubblico un solo spettacolo, voglio proporre il processo del mio lavoro. E’ la quarta volta che torno al Roma Europa Festival, così il pubblico avrà un’idea più variegata e più completa del mio lavoro”.
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