In tempi lontani un trentenne era già stato console o tribuno della plebe; e dopo qualche anno poteva diventare imperatore. Gesù di Nazareth a trent’anni faceva outing sulla propria condizione divina nel corso delle nozze di Cana.
Non parliamo di Mozart e Beethoven, Schubert e Schumann. O degli eroi della Resistenza, che già prima dei trent’anni avevano deciso di mettere in gioco la propria vita per la libertà del popolo italiano. E oggi?
Certo, qualche trentenne non manca tra la lista di chi conta; ma se mettiamo da parte atleti e veline, ministri di virtù precaria e giovani scelti in quanto burattini prospettici, rimane poco: un buon numero di creativi, qualche plotone di italiani propensi al cosmopolitismo, cervelli in fuga.
Chi rimane è tendenzialmente arrabbiato, deluso, illuso e comunque in attesa di novità esogene; le colpe di questa palude generazionale sono molteplici, ma una forte responsabilità grava sulle spalle di chi trentenne è stato un bel po’ di decenni fa, e che metabolizza la propria insicurezza e il proprio rapporto discutibile con il tempo che scorre mettendo un tappo istituzionale, professionale e affettivo sulla crescita delle generazioni emergenti. Ma l’Italia li teme, in fondo, e loro nel frattempo costruiscono la propria visione tra un incontro e un tweet, tra un progetto e una risata.
È arrivato il momento, ma se lo si vuole portare a conseguenze è il caso di schivare l’ufficialità, di evitare le istituzionalizzazioni, e di giocare in modo costruttivo con il caos e la poesia. Se chi è più anziano ha certo un’esperienza significativa, ha comunque bisogno di un nuovo paio di occhiali per interpretare la realtà in emersione; solo i trentenni possono costruire la zattera che ci porterà fuori da questa melma inospitale e triste che sta soffocando il nostro Paese. Per farlo devono combinare, giocosamente e seriamente, immaginazione e responsabilità, senza aver paura. Soprattutto non preoccupandosi di essere giudicati o, ancora peggio, per forza accettati da quella classe politica che in nessun modo li rappresenta.
L’attesa è finita, tra qualche mese si apriranno spiragli impensabili e, solo se al varco ci saranno idee, progetti soprattutto sostenibili, allora il Paese avrà la possibilità di cambiare e per i Trentenni/ Quarantenni non ci saranno più solo sfoghi e rabbia ma la capacità finalmente di determinare il proprio futuro.

Approfondimenti:
Call for papers “Frontiere culturali in Italia: cosa succede, cosa succederà”