buononuovoC’è del buono e del nuovo, e forse stavolta non per forza il buono non è nuovo e il nuovo non è buono. Il decreto “Valore cultura” contiene molte misure (come le definisce il gergo burocratico ormai privo d’aria) che spaziano da Pompei alle donazioni individuali, dal tax credit al piano industriale (sic) delle fondazioni liriche, dai giovani artisti che finalmente si possono esprimere in alcuni spazi demaniali ad alcune forme di elusione della spending review.

Giudicare il decreto sulla carta è un esercizio che lasciamo volentieri ai non pochi polemisti per vocazione. Carta è e carta rimane finché non se ne comincia l’attuazione, e anche se analoghe esperienze del passato remoto e recente giustificano qualche sospetto il Ministro è appena insediato e già il fatto che prenda per le corna il toro multiforme e capriccioso del sistema culturale italiano va preso come un segno incoraggiante.

Quello che possiamo, anzi che vogliamo, mettere in evidenza è che un intervento del genere, per quanto complesso e variegato, rischia il naufragio nella solita palude dell’emergenza permanente che piace così tanto all’establishment culturale italiano se non viene seguito in modo sistematico e deciso da un ridisegno del sistema stesso, che sopravvive con difficoltà a causa di una normativa obsoleta, ideologica, priva di incentivi e orientata alla conservazione dello status quo.

Inutile dire che mentre lo status quo di alcuni decenni fa è rimasto più o meno invariato (era questo lo scopo del gioco) la società e la cultura che ne rappresenta la più profonda identità si sono evolute, hanno attraversato fasi di dubbio e di desiderio, hanno aperto le loro finestre su un mondo sempre più dinamico e laico. Qui ancora ci si balocca con il dualismo tra pubblico e privato (che anche nei manuali è tema da bar dello sport), con le ubbìe moralistiche di chi si compiace di un assedio di fatto inesistente, con il terrore della barbarie che tenta goffamente di respingere ogni principio di responsabilità e di trasparenza.

Ce n’è abbastanza per aspettarsi finalmente la presa d’atto che l’Ottocento è finito, che i musei non possono essere tuttora uffici periferici del Ministero; che i teatri non perseguono alcun obiettivo strategico; che le relazioni internazionali si limitano ad alcune tournées confidando di fare cassa e di sedurre qualche imprenditore gonzo; che la formazione, l’accesso e lo svolgimento delle professioni culturali è soggetto a regole bizantine e a criteri da corte imperiale; che del pubblico e della società non si occupa praticamente nessuno.

Il progetto Pompei potrà generare risultati interessanti, ma sarebbe il caso di esplicitare le relazioni con la Soprintendenza speciale, che è il frutto del precedente tentativo di rendere decente un sito la cui specialità diluisce pericolosamente nell’opacità. Già la lirica è attraversata da un po’ di anni da onde di commissariamenti. La recente esperienza di Mario Resca, messo lì ad aprire mercati ma del tutto privo di orientamenti e di indirizzi, la dice lunga: il manager non può essere utile se il vertice strategico del Ministero non gli pone le domande giuste. L’attesa del Deus ex Machina potrebbe essere l’ennesimo palliativo che non riesce a frenare il cupio dissolvi della cultura italiana, così convinta di essere unica da non riuscire a diventare normale.

 

Michele Trimarchi è Professore di Analisi Economica del Diritto all’Università di Catanzaro