La Cina, gigante demografico, si conferma tra le nazioni con il più alto tasso di crescita al mondo, con una sempre maggiore attenzione verso la produzione di arte e cultura, che sta destando grande interesse anche da parte del panorama artistico internazionale.
Chiusasi la fase della rivoluzione culturale alla fine degli anni Settanta, l’arte cinese inaugura i suoi movimenti d’avanguardia con la costituzione di diversi gruppi e correnti; solo dopo gli orrori di piazza Tian’anmen nel 1989 inizia una nuova fase di ricerca artistica di tipo prevalentemente individuale. L’attenzione non di rado si concentra sugli ambienti urbani, che nello sguardo degli artisti assurgono a sfondo di trasformazioni inquietanti ed incontrollabili. Le metropoli asiatiche sono, infatti, metafora e laboratorio inconsueto dei fenomeni di evoluzione sociale macroscopici in grado di produrre effetti su milioni di persone. Le metropoli diventano spazio di lavoro e sfondo delle opere per gli artisti cinesi dell’ultima generazione, che per primi hanno documentato le rapide mutazioni delle città e gli effetti prodotti sui loro abitanti, e sono spesso fonte di ispirazione anche per i giovani artisti occidentali che popolano numerosi le aree conquistate al loro interno. Un esempio: il famoso complesso ex industriale ”˜798′, luogo di elezione di residenza e lavoro per molti esponenti della scena artistica di Pechino. Un vero distretto, altrimenti noto come Dashanzi Art District, con un’anima ed una genesi strettamente legate alla stretta collaborazione tra Germania Est e Repubblica Popolare Cinese sotto l’egida dell’allora Unione Sovietica. Interrotte le attività nel corso degli anni ’80, il distretto fu ripopolato proprio nel momento in cui la comunità artistica perseguitata dal governo centrale necessitava di un rifugio. Un esemplare metafora del sistema Cina in ambito culturale. Un sistema definito da Curran e Park, come “ambiente transizionale”, ambiente in cui si verifica il passaggio da un’economia in cui le istituzioni culturali tradizionalmente finanziate dallo stato secondo un modello di intervento totalmente pubblico, sperimentano l’uso graduale di modelli misti di gestione e di sussidi spesso con insolite, non sempre regolari, forme di investimenti finanziari in cui trasparenza e legalità possono non essere sempre garantite. Un transito, quindi, da modelli basati su assoluto ed indiscusso controllo da parte dello Stato, verso pratiche e strategie sempre più dirette alla diversificazione di servizi, al branding e alla commercializzazione seppure secondo modalità a macchia di leopardo e con notevoli differenze all’intero della creative industry ”“ intesa come settore culturale tout court.
In questo senso il settore che presenta i maggiori potenziali di sviluppo è il settore dei media, in cui si sperimentano nuovi modelli di business e strategie di investimento. Un settore, quello dello spettacolo riprodotto e degli audiovisivi, che illustra al meglio gli enormi potenziali di sviluppo di commercializzazione e le modalità adottate per emergere sul mercato internazionale.
Il cinema cinese presenta il giusto mix di nuove idee e di attrazione di investimenti nazionali e stranieri, grazie anche all’opera di registi del calibro di Zhang Yimou, Chen Kaige, nomi molto noti al pubblico internazionale in grado di farsi e fare pubblicità al cinema cinese, tanto da promuovere investimenti che hanno portato a ritorni in termini di box office pari a 97 milioni di dollari nel 2003 e potendo contare su un numero crescente di film prodotti grazie all’apporto delle imprese private. Ancora più dinamica la situazione nel settore televisivo in cui il consumo interno è molto elevato e il mercato è trainato dalla pubblicità . In campo televisivo, le fonti di finanziamento sono miste e provengono da finanziamenti pubblici, impiegano strategie below the line ed investimenti da imprese statali e private.
Ovviamente permangono fortissime disuguaglianze, sia sul lato della produzione che del consumo culturale con asimmetrie di potere molto forti: solo nel settore dell’arte contemporanea il mercato è prevalentemente costituito da turisti o da ricchi collezionisti. Il ruolo che le gallerie assumono in questo contesto non è esente da ombre, non è inoltre sempre legato a strategie di crescita e formazione del pubblico di consumatori culturali, ma a costruzione di canali di mercato in cui far confluire il denaro da investire da parte delle classi arrichitesi di recente. Nello stesso modo non agiscono per costruire una sensibilità artistica e culturale specifica cinese.
Non va ovviamente dimenticato che lo sconfinato territorio cinese ospita una popolazione prevalentemente rurale, pur presentando fenomeni di vertiginosa urbanizzazione in centri, divenuti ormai megalopoli, quali Pechino, Shanghai, Guangzhou, Chongqing, e Tianjin, nelle quali le industrie culturali sono piuttosto sviluppate e nelle quali i consumi culturali raggiungono elevatissimi livelli. Da statistiche elaborate in un recente rapporto, il consumo dei soli servizi legati al “knowledge” ha ormai raggiunto una percentuale, a Pechino, pari al 4% della spesa interna. Un dato non irrilevante, che merita una certa elastica interpretazione, data l’enorme incidenza di beni piratati non registrati nelle vendite di mercato, tanto da meritare la considerazione che gran parte dei consumi culturali sfuggono alle rilevazioni statistiche consuete.
Se si guarda ai dati a livello nazionale forniti dal Ministero della Cultura nel 2003, il valore dell’economia culturale cinese occupa solo lo 0,26% del prodotto interno lordo e lo 0,8% del settore dei servizi. Si pensi che negli Stati Uniti, il settore contribuisce per un buon 7 % del PIL. Differenze elevatissime, dunque, rispetto a paesi sviluppati, che testimoniano l’enorme divario tra la minoranza metropolitana colta e spesso benestante e il resto della popolazione cinese.
La stretta relazione tra urbanizzazione e reddito crescente è una tendenza tipica della Cina e delle economie dei paesi in via di sviluppo, un legame che presenta ulteriori elementi distintivi: l’aumento dell’incidenza dei servizi sul prodotto interno lordo considerato in termini di creazione di posti di lavoro e l’aumento del valore delle industrie creative. Il settore culturale, a livello internazionale raggiunge valori pari al 7% del prodotto lordo mondiale. Tutto ciò per dire quanti margini di manovra esistano nel settore e nell’economia cinese dove lo sviluppo delle aree urbane assicura le condizioni per la crescita del capitale umano iper-specializzato.
Il settore culturale cinese pur in evoluzione vertiginosa e con l’ambizione di raggiungere in poco tempo nelle principali città del paese il livello delle grandi capitali culturali mondiali, non è ancora entrato in una fase di crescita intrinseca che, al di là di investimenti massicci in edifici ed architetture o grandi eventi ,- non ultimo il poderoso dispiego di risorse richiesto dalle Olimpiadi che ha acceso i riflettori sull’ ambiguo contegno del governo in merito alla questione sui diritti umani -, necessiterà di sviluppare una strategia a lungo termine che crei le condizioni favorevoli per la produzione culturale, la partecipazione allargata e l’educazione partecipata all’arte e alla cultura, patrimonio non esclusivo delle ricche elite.
L’attività creativa presuppone, per definizione, un ambiente istituzionale che garantisce diritti individuali, tolleranza verso le differenze individuali, spazio per la sperimentazione all’interno di un set di regole semplici e definite. Un sistema in cui la flessibilità influenza e crea le condizioni per l’iniziativa creativa e in cui prendono vita ambienti in cui è perfettamente percepita l’idea di poter contare su spazi di manovra ampi. Presupposto indispensabile, ovviamente, la libertà di espressione.

Bibliografia:
Cunningham S., Keane M., Ryan M. D., (2005), Finance and investment in creative industries in developing countries, Asia-Pacific Creative Communities: A Strategy for the 21st Century Senior Expert Symposium Jodhpur, India.
Curren, J. and Park, M.J., (2000), De-Westernizing Media Studies, Routledge, London.
Florida R., (2003), L’ascesa della nuova classe creativa, Mondadori, Milano.
Yusuf S., and Nabeshima K., (2003), Urban Development Needs Creativity: How Creative Industries Can Affect Urban Areas, November, Development Outreach, World Bank Institute.